Michel de Montaigne, SAGGI, vol.I°

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Michel de Montaigne, SAGGI, vol.I°, a cura di Fausta Garavini, Prefazione: ‘La salute di Montaigne’, pp.VI-XXXIII, di Sergio Solmi, Milano, Adelphi, 1966, pp.1-805

 


Saggi di Michel de Montaigne (1533-1592)

 

<Dei destrieri>

“Eccomi diventato grammatico, io che non appresi mai una lingua se non per pratica, e che non so ancora che cosa sia aggetitvo, congiuntivo e ablativo. Mi sembra d’aver sentito dire che i Romani avevano dei cavalli che chiamavano dextrarios o funales, che erano condotti a man destra o alla cavezza, per prenderli freschi in caso di bisogno; e di qui viene che chiamiamo destrieri i cavalli di servizio. E i nostri romanzi dicono di solito ‘addestrare’ per ‘accompagnare’..Si trovano parecchi cavalli addestrati a soccorrere il loro padrone, a correre addosso a chi si presenti contro di loro con una spada sguainata, a gettarsi con le zampe e coi denti su quelli che li attaccano e li affrontano; a questi, però, accade di nuocere più spesso agli amici ce ai nemici. S’aggiunga che una volta che si siano azzuffati, non potete più separarli quando volete, e rimanete alla mercé del loro combattimento…

E quello che raccontano gli Italiani, cioè che nella battaglia di Fornovo il cavallo del re liberò questi, a calci e springate, dai nemici, che gli serravano contro, e che altrimenti sarebbe stato perduto, fu un gran colpo di fortuna, se è vero..

Si dice di Cesare, e anche di Pompeo Magno, che, fra le altre loro eccellenti qualità, fossero ottimi cavalieri, e di Cesare che, in gioventù, montato su un cavallo a pelo e senza briglia, gli facesse prender la carriera tenendo sempre le mani dietro la schiena..

Io non smonto volentieri quando sono a cavallo, poiché è la posizione in cui mi trovo meglio, sia da sano che da malato. Platone la raccomanda per la salute, anche Plinio dice che è salutare per lo stomaco e le giunture. Continuiamo dunque, poiché ci siamo.

Trogo e Giustino dicono che i Parti erano soliti fare a cavallo non solo la guerra, ma anche tutti i loro affari pubblici e privati, commerciare, parlamentare, conversare e passeggiare; e che fra loro la differenza più notevole tra i liberi e gli schiavi è che gli uni vanno a cavallo, gli altri a piedi: istituzione nata col re Ciro..

Il re Alfonso, quello che istituì in Spagna l’Ordine dei cavalieri della Fascia o della Sciarpa, dètte loro, fra le altre regole, quella di non   montare né mula né mulo, sotto pena d’un marco d’argento d’ammenda, come ho appreso poco fa dalle lettere di Guevara, che quelli che le hanno chiamate ‘auree’ giudicavano ben diversamente da me..

Ciro, così gran maestro in fatto di cavalleria, trattava i cavalli come propri compagni e non faceva dar loro da mangiare se non se l’erano guadagnato col sudore di qualche esercizio.

Gli Sciti, quando la necessità li spingeva alla guerra, toglievano sangue ai loro cavalli, e ne bevevano e se ne nutrivano.

Gli abitanti di Creta, assediati da Metello, si trovarono in tale penuria d’ogni altra bevanda che dovettero servirsi dell’orina dei loro cavalli..

I nuovi popoli delle Indie, quando gli Spagnoli ci arrivarono, credettero che tanto gli uomini quanto i cavalli fossero o dèi o animali di natura più nobile della loro. Alcuni, dopo esser stati vinti, quando vennero a domandare pace e mercé agli uomini e a portar loro oro e viveri, non mancarono d’andare ad offrire altrettanto ai cavalli, con un discorso del tutto simile a quello che avevano fatto agli uomini, prendendo il loro nitrire per parole d’accordo e di tregua..

Il duca di Moscovia in antico doveva ai Tartari quest’ossequio, che quando essi gli mandavano ambasciatori, andava loro incontro a piedi e offriva loro una tazza di latte di giumenta (bevanda da loro prediletta); e se, bevendo, ne cadeva qualche goccia sulla criniera dei loro cavalli, egli doveva leccarla con la lingua. In Russia, l’esercito che l’imperatore Bajazet vi aveva mandato fu sopraffatto da una così orribile tempesta di neve che, per mettersi al riparo e salvarsi dal freddo, parecchi pensarono d’uccidere e sventrare i loro cavalli per cacciarvisi dentro e godere di quel calore vitale..

Creso, passando lungo la città di Sardi, trovò dei pascoli in cui c’era una gran quantità di serpenti, che i cavalli del suo esercito mangiarono di buon appetito, e questo fu un cattivo presagio per le sue imprese, dice Erodoto..

Non credo che in abilità ed eleganza nello stare a cavallo alcun popolo ci superi. ‘Buon cavaliere’, secondo il nostro modo di dire, sembra riferirsi più al coraggio che all’abilità. L’uomo più esperto, più sicuro e più elegante nel maneggio d’un cavallo che io abbia conosciuto, fu secondo me il signor di Carnevalet, che era scudiero del nostro re Enrico II..

Nella mia infanzia, il principe di Sulmona, a Napoli, manovrando con ogni sorta di maneggi un cavallo restio, teneva sotto le ginocchia e sotto gli alluci alcuni reali, come se vi fossero stati inchiodati, per mostrare la saldezza della sua posizione.”


<Dei costumi antichi>

“Io scuserei volentieri il nostro popolo di non aver altro modello né altra regola di perfezione che i propri principi e le proprie usanze; poiché è vizio comune non del volgo soltanto, ma di quasi tutti gli uomini, di mirare alla maniera di vivere in cui sono nati e limitarsi ad essa. Mi sta bene che questo popolo, vedendo Fabrizio o Lelio, trovi barbari il loro contegno e il loro portamento, poiché non sono vestiti né acconciati alla nostra moda. Ma mi rammarico della sua singolare mancanza di discernimento nel lasciarsi a tal punto ingannare e accecare dall’autorità dell’uso attuale da esser capace di cambiar di parere e d’opinione tutti i mesi, se così piace alla moda, e da dare giudizi così disparati su se stesso. Quando si portava la stecca del giustacuore alta sul petto, si sosteneva con ragioni validissime che quello era il suo posto; qualche anno dopo, ecco la stecca discesa fino alle cosce: ci si burla dell’altra usanza, la si trova scomoda e insopportabile. L’attuale maniera di vestirsi fa immediatamente condannare l’antica, con una sicurezza così grande e un consenso così generale, che direste che è una specie di mania che sconvolge in tal modo il cervello. Poiché il nostro cambiamento in questo è così pronto e improvviso che l’inventiva di tutti i sarti del mondo non saprebbe fornire sufficienti novità, è giocoforza che molto spesso le fogge disprezzate tornino in credito, e poco dopo cadano di nuovo in disprezzo; e che uno stesso giudizio adotti, nello spazio di quindici o vent’anni, due o tre opinioni non solo diverse, ma contrarie, con una incostanza e una leggerezza incredibili. Non c’è nessuno fra noi tanto accorto da non lasciarsi intrappolare in questa contraddizione e abbagliare così la vista interna e quella esterna senza accorgersene.

Io voglio raccogliere qui alcuni usi antichi di cui mi ricordo, gli uni simili ai nostri, gli altri diversi, affinché avendo in mente questo continuo mutare delle cose umane, ne formuliamo un giudizio più chiaro e più sicuro..

Nei bagni che gli antichi facevano ogni giorno prima del pranzo, e li facevano usualmente come noi ci laviamo le mani, non si lavavano dapprima che le braccia e le gambe; ma poi, con un’usanza che è durata parecchi secoli e presso la maggior parte dei popoli del mondo, si lavavano tutti nudi con acqua mescolata con essenze e profumi, sicché ritenevano prova di grande semplicità lavarsi con acqua semplice. i più raffinati e delicati si profumavano tutto il corpo ben tre o quattro volte al giorno. E si facevano spesso togliere tutto il pelo con pinze..

Mangiavano adagiati su dei letti, pressapoco nella medesima posizione dei Turchi alla nostra epoca:


Allora così cominciò il padre Enea dall’alto del suo letto: Virgilio, Eneide, II, 2


E si dice di Catone il giovane che, dopo la battaglia di Farsalo, addolorato per la cattiva condizione degli affari pubblici, mangiasse sempre seduto, adottando un tenore di vita più austero. Baciavano le mani ai potenti per onorarli e adularli..E per supplicare o salutare un grande gli toccavano le ginocchia. Il filosofo Pasicle, fratello di Cratete, invece di portare la mano al ginocchio la portò ai genitali. E poiché quello al quale si rivolgeva l’aveva bruscamente respinto: - Come, - disse - questo non è forse altrettanto vostro quanto le ginocchia? -

Essi mangiavano, come noi, la frutta alla fine del pasto. Si pulivano il culo (bisogna lasciare alle donne quel vano scrupolo delle parole) con una spugna: ecco perché spongia è una parola oscena in latino; e questa spugna era attaccata in cima a un bastone, come testimonia la storia di colui che, condotto a esser gettato alle bestie davanti al popolo, chiese il permesso d’andar a fare i suoi bisogni; e, non avendo altro mezzo per uccidersi, si cacciò quel bastone e quella spugna in gola e si soffocò. E si asciugavano il cazzo con lana profumata, dopo che avevano finito:


Non ti farò nulla ma, pulito il membro con lana: Marziale, XI, LVIII, II


Facevano merenda fra i pasti. E d’estate c’erano dei venditori di ghiaccio per raffreddare il vino; e c’erano di quelli che si servivano del ghiaccio in inverno, non trovando il vino abbastanza freddo. I signori avevano coppieri e scalchi, e buffoni a rallegrarli. D’inverno i cibi venivano loro serviti su fornelli che si portavano in tavola; e avevano cucine portatili, come ne ho vedute io, nelle quali si portavano appresso tutto il loro servizio.

E in estate, nelle loro sale in basso, facevano spesso scorrere dell’acqua fresca e chiara in canali sottostanti, dove c’erano molti pesci vivi, che i presenti sceglievano e prendevano con le mani per farli cucinare ciascuno a suo gusto. Il pesce ha sempre avuto questa prerogativa, che ha ancora, che i signori si piccano di saperlo preparare; e il sapore è molto più squisito di quello della carne, almeno per me. Ma in ogni genere di magnificenza, di licenziosità e d’invenzioni voluttuose, di mollezza  e di sontuosità, noi facciamo, per la verità, quel che possiamo per eguagliarli, poiché il nostro gusto è viziato quanto il loro; ma la nostra abilità non vi sa arrivare; e le nostre forze non sono capaci di raggiungerli né nel vizio né nella virtù; poiché l’uno e l’altra derivano da un vigor d’animo che era senza confronto più grande in loro che in noi; e secondo che gli animi sono meno forti, sono anche tanto meno capaci di fare molto bene o molto male..

Le donne ricevevano gli uomini anche quando erano nei tepidari, e si servivano là dentro dei loro servi per farsi fregare ed ungere.

Esse si cospargevano d’una certa polvere per eliminare il sudore.

Gli antichi Galli, dice Sidonio Apollinare, portavano i capelli lunghi sul davanti, e rasati dietro la testa, foggia che è stata ripresa dalla moda effeminata e rilassata di questo secolo..

Le donne a letto stavano dalla parte della sponda: ecco perché Cesare era detto ’spondam regis Nicomedis’: Svetonio, Vita di Cesare, XLIX.

Le donne argive e romane portavano il lutto bianco, come era in uso fra le nostre, e come dovrebbero continuare a fare, se volessero darmi ascolto.

Ma ci sono libri interi su questo argomento.”