William Faulkner, SCRITTI, DISCORSI E LETTERE

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William Faulkner, SCRITTI, DISCORSI E LETTERE, traduzione di Luca Fusari, Introduzione, pp.11-13, Prefazione, pp.15-16 e Note, pp.313-322, di James B. Meriwether, Milano, Il Saggiatore S.P.A. 2010, pp., 1-322

 


p.19  PRIMA PARTE - Saggi

p.137  SECONDA PARTE - Discorsi

p.193  TERZA PARTE - Introduzioni

p.213  QUARTA PARTE - Recensioni letterarie e teatrali

[p.249  QUINTA PARTE - Lettere pubbliche]


<Albert Camus, p.135>

“Albert Camus disse che l’unico vero compito dell’uomo, nato in un mondo assurdo, è quello di vivere, esser conscio della propria vita, della propria rivolta, della propria libertà. Disse che se l’unica soluzione al dilemma umano è la morte, allora siamo sul sentiero sbagliato. Quello giusto è il sentiero che guida verso la vita, la luce del sole. Non si può patire il freddo incessantemente.

Così si ribellò..Disse: - Non mi va di credere che la morte apra le porte d’un’altra vita. Per me, è una porta che si chiude -. Cioè, cercò di crederlo. Ma non ci riuscì. Malgrado se stesso, come tutti gli artisti, trascorse una vita a indagare se stesso e a pretendere da se stesso risposte che soltanto Dio poteva conoscere: l’anno che ricevette il Nobel gli telegrafai: - On salut l’ame qui constamment se cherche et se domande -.

Nell’esatto istante in cui si scontrò con l’albero, stava ancora cercando e domandando a se stesso; non credo che in quell’istante luminoso abbia trovato le risposte. Non credo che si possano trovare. Credo soltanto che vadano cercate, costantemente, sempre, da tutti i fragili membri dell’assurdità umana. I quali non sono mai troppi, ma sempre, da qualche parte, ce n’è almeno uno, e non sarà sempre abbastanza.

La gente dirà che era troppo giovane, che non ebbe il tempo di finire. Ma non è il quanto a lungo, non è il quanto; è, semplicemente, il cosa. Quando essa si chiuse davanti a lui, aveva già scritto da questo lato della porta ciò che ogni altro artista che serba con sé in vita quella stessa precognizione e odio della morte spera di scrivere: Io sono stato qui . Ecco cosa stava facendo, e forse in quel secondo luminoso seppe persino d’avercela fatta. Cosa poteva volere di più?”


<Discorso d’accettazione del premio Nobel per la letteratura, p.142>

“Sento che il vero destinatario di questo premio non sono io come uomo, ma la mia opera - l’opera d’una vita nell’agonia e nel sudore dello spirito umano, non per la gloria e tantomeno per il profitto, ma per creare dai materiali dello spirito umano qualcosa che prima non esisteva. Perciò di questo premio sono il semplice custode. Non sarà difficile trovare alla sua parte monetaria una destinazione degna del proposito e del significato della sua origine. Ma vorrei fare lo stesso con il plauso, e sfruttare questo momento come vetta dalla quale potermi rivolgere ai giovani uomini e donne che già si sacrificano alla stessa angoscia e travaglio, fra i quali c’è quello che un giorno occuperà il posto che io occupo ora…”


<Prefazione a The Faulkner Reader, p.210>

“Mio nonno aveva una biblioteca modesta ma ragionevolmente fornita ed eclettica; oggi mi rendo conto d’averne ricavato le basi della mia istruzione..

Uno di questi libri era d’un polacco, Sienkiewicz - una storia dell’epoca di re Giovanni Sobieski, quando i polacchi, quasi da soli, impedirono ai turchi d’invadere l’Europa centrale. Come tutti i libri che mio nonno possedeva, aveva una prefazione e una postfazione..Non leggevo mai le une né le altre: ero troppo impaziente di gettarmi subito su ciò che i protagonisti facevano, sull’oggetto dei loro tormenti e trionfi. Ma in quest’ultimo caso lessi la prefazione prima che mi fossi mai preso la briga di leggere; oggi non saprei dire perché..Più o meno diceva. Questo libro, costato uno sforzo considerevole, è stato scritto per nobilitare il cuore umano, e io pensai: Che bel pensiero..

Nobilitare il cuore dell’uomo; vale per tutti noi:  per chi cerca d’esser un artista, chi cerca di scrivere semplice intrattenimento, chi scrive per stupire, e chi semplicemente fugge da se stesso e dai propri tormenti privati..

Ciò non significa che cerchiamo di cambiare l’uomo, di migliorarlo, benché questa rimanga la speranza - forse persino l’intenzione - di qualcuno. Al contrario, in ultima analisi, questa speranza e desiderio d’innalzare il cuore dell’uomo sono del tutto egoistici, del tutto personali.. Si desidera nobilitare il cuore dell’uomo a proprio beneficio, perché in tal modo si può dire No alla morte..

Perciò anche colui che, dall’isolamento d’una pagina stampata fredda e impersonale  può generare questa emozione condivide l’immortalità che ha generato. Un giorno egli non sarà più, ma quel giorno non conterà, perché isolato ed esso stesso invulnerabile nello stampato freddo resta ciò che è ancora capace di generare la vecchia emozione imperitura nei cuori e nelle ghiandole i cui possessori e custodi distanti generazioni dalla stessa aria che egli ha respirato e in cui ha sofferto; se ne è stato capace una volta, egli sa che ciò sarà efficace e possente ancora a lungo, anche dopo che dell’uomo resterà soltanto un nome morto la cui eco si perde.”


<La via del ritorno di Erich Maria Remarque, p.236>

“C’è una vittoria oltre la sconfitta, di cui i vittoriosi non sanno nulla. Un limite, una sponda che offre rifugio al di là delle battaglie perse, dei nomi di bronzo e delle tombe di piombo, custodita e indicata non dalla dea trionfante dalle membra mascoline con palma e spada, ma da una meditabonda e immobile ancella della disperazione.

L’uomo non sembra capace di sopportare troppa prosperità; tantomeno un popolo, una nazione. La sconfitta fa bene all’uno e all’altra. La vittoria è il fuoco d’artificio, il bagliore, l’apoteosi momentanea perpendicolare al tempo e perciò condannata: una dispersione esplosiva di scintille, alla fine, morenti e morte, che lasciano forse una parola, un nome, una data, per il tedio degli alunni delle scuole elementari. E’ la sconfitta che, tornandogli utile contro ogni convinzione o desiderio, lo dirige verso ciò che solo può sorreggerlo: i suoi compagni, la sua omogeneità razziale; se stesso; la terra, il suolo implacabile, monumento e tomba alla fatica..

E’ un libro toccante. Perché Remarque ne è stato toccato scrivendolo. Posto che il suo intento sia qualcosa di più del semplice opportunismo, resta da capire se l’arte possa esser fatta d’esperienza autentica trasferita sulla carta parola per parola, di reazione peculiare, per indiretta che sia, a una condizione reale..

Concediamo a Remarque il beneficio del dubbio e consideriamo il libro una reazione alla disperazione. Anche la vittoria ha le sue disperazioni, perché il vincitore non soltanto non guadagna nulla, ma quando le esultanze finalmente tacciono, non sa neanche per cosa stesse combattendo, cosa sperasse di conquistare, perché la piccola percentuale garantita dell’affare è andata al perdente. Se la Germania avesse vinto, questo libro non sarebbe stato scritto.

E’ toccante, com’è toccante veder una bambina che prepara una torta al cioccolato il giorno del funerale di sua madre. E tuttavia alla fine resta l’impressione che il significato latiti, la sensazione che, come molto di ciò che emerge dalla parte dei perdenti in qualsiasi contesto, e in particolare  in Germania dal 1918 in poi, sia stato creato prima di tutto per il mercato occidentale, da rivendere ai barbari come perline colorate. Al di là del sentimentalismo della sconfitta e delle parole, almeno questo dato di fatto è emerso: l’America non è stata vinta dai soldati morti nelle trincee francesi e fiamminghe, ma dai soldati tedeschi morti nei libri tedeschi.”