Jean de La Fontaine, FAVOLE

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Jean de La Fontaine, FAVOLE @1668-1694, nella versione di Emilio De Marchi, Prefazione, pp.VII-XIV, Nota biografica, p.XV e sg.Note di Vittorio Lugli, Con sessantadue incisioni di Grandville, Torino, Einaudi, 1958, pp. 1-546

 


“..Aperta satira politica (Gli Animali malati di peste), denuncia dell’egoismo ipocrita (il Topo eremita), la saggezza docile alle leggi della vita ( La Morte e il Moribondo), la tenera elegia (I due AmiciI due Piccioni)..

L’autore parla con le parole dei suoi eroi, presta ad essi la sua voce mutevole, che evoca i gesti, quasi dipinge le figure, suscita i luoghi. Con l’arte sapiente e l’intima simpatia, che gli permette di trasmutarsi nelle sue creature, di vivere con loro. Senza che cessi per un momento d’essere lui, La Fontaine, con la sua persona e la sua poesia..”:

Prefazione, p.XI.


<La Volpe e la Cicogna>

“Monna Volpe un bel dì fece lo spicco

e invitò la Cicogna a desinare.

Il pranzo fu modesto e poco ricco,

anzi quasi non c’era da mangiare.

Tutto il servizio in ultimo costrutto

si ridusse a una broda trasparente

servita in un piattello. Or capirete

se, in grazia di quel becco che sapete,

la Cicogna poté mangiar niente.

Ma la Volpe in un amen spazzò tutto.

Per trar vendetta dell’inganno, anch’essa

la Cicogna invitò la furba amica,

che non stette con lei sui complimenti.

La volpe, a cui non manca l’appetito,

andò pronta all’invito.

Vide e lodò il pranzetto preparato,

tagliato a pezzi in una salsa spessa,

che mandava un odore delicato.

Ma il pranzo fu servito per dispetto

in fondo a un vaso a collo lungo e stretto.

Ben vi attingea col becco la Cicogna

per entro la fessura,

ma non così Madonna Gabbamondo

per via del muso tondo e non ridotto

dell’anfora alla piccola misura.

A pancia vuota e piena di vergogna,

se ne partì quell’animale ghiotto

mogio mogio, la coda fra le gambe,

come una vecchia volpe malandrina

che si senta rapir da una gallina.

Vuol dimostrare questa favoletta

che chi la fa l’aspetta.”


<Il Dromedario e i Bastoni galleggianti>

“Chi per il primo vide il Dromedario

scappò per lo spavento

da un animal così straordinario;

il secondo a guardarlo si fermò,

e il terzo, fatto un laccio, un bel momento

al collo della bestia lo gettò.

A forza d’abitudine

ciò che prima ti sembra orrido e strano

diventa mano mano

comune ed ordinario.

Come ancora dimostra la seguente

favola, che mi passa per la mente.

Vedendo alcune guardie della costa

galleggiar da lontano un non so che:

- Ell’è una nave, - dicon, - che s’accosta,

all’è, no, che non è…-

Stanno a vedere e dopo alcuni istanti

la nave diventò barca, battello,

poi guscio, poi Bastoni galleggianti.

A noi capita spesso

di creder grandi cose alla lontana,

e quando son dappresso

non è che nebbia vana.”


<Il Vaso di ferro e fil Vaso di coccio>

“Un Vaso di ferro a un altro di creta

un giorno chiedeva:: - Viaggi, vicino?

- No, caro, la fragil natura mel vieta,

restar desidero accanto al camino.

Un picchio, uno spigolo, che a sorte mi tocchi,

può subito mettermi in quindici tocchi,

viaggi chi il corpo si sente più saldo,

qui dentro la cenere deh! lasciami al caldo -.

Il Vaso di Ferro per fargli coraggio:

- Non darti pensiero, diletto vicino,

in ogni momento del nostro viaggio

avrai nel mio corpo usbergo e cuscino.

I colpi e gli spigoli conosco da un pezzo,

e vigile sempre a mettermi in mezzo,

né corpo, né punta di cosa un po’ dura

non fia che ti rechi dolore o frattura -.

A queste parole il debol s’attacca

al forte compagno, e vanno con Dio;

ma zoppica tu che zoppico anch’io,

un fianco si pesta, un altro s’ammacca.

Non vanno mezz’ora che contro il più forte

ha rotte le costole il Vaso di terra.

Chi sta coi suoi pari, in pace ed in guerra,

del povero Vaso non corre la sorte.” [vedi foto]


<Il Contadino e i suoi Figli>

“Lavorate, faticate, un tesoro

immancabile è il lavoro.

Un ricco Contadino, ridotto al lumicino,

chiamò dintorno i Figli e a lor così parlò:

- Il vostro poderetto

mai non vendete, o figli, perché di certo io so

che v’è sotto nascosto un gran tesoro…Zappatelo,

scavatelo, frugatelo,

e troverete ciò che vi prometto -.

Quando fu morto il padre, per gola del tesoro

corrono i figli e zappano,

scavan di qua e di là la terra in ogni lato.

E avvenne proprio quel che disse il padre loro;

ché, il campo lavorato e dissodato,

trasser sì gran raccolto in fin dell’anno,

che quasi dove metterlo non sanno.

Ben fu il padre saggio astrologo

nel mostrare che il lavoro

da sé solo è un gran tesoro.”


<Il Serpente e la Lima>

“Vicino a un ortolaio

abitava, raccontano, un serpente

(incomodo vicino certamente),

che in bottega un bel dì dalla finestra

per desinare entrò.

Ma non trovando nulla,

né cacio né minestra,

a roder una lima cominciò.

- Che cosa credi, o bestia, ora di fare? -

disse la Lima a lui tranquillamente,

- una lima di ferro rosicchiare?

O piccolo animal senza cervello,

dovrai sul ferro consumar il dente.

Il tempo sol potrammi consumare..

Questa è scritta per voi, spiriti gretti,

che, buoni a nulla, a mordere vi date

l’opere belle e gli uomini più eletti.

Mordete, poco è il danno

che i vostri denti fanno.

La virtù per l’invidia rosicchiante

è ferro duro, è bronzo, è diamante.”


<La Carrozza e la Mosca>

“Per una strada lunga, erta, sassosa

e tortuosa, esposta a pieno sole,

sei robusti cavalli ivano a stento,

tirando una Carrozza. La pietosa

gente era scesa, vecchi, donne e frati.

e i cavalli sudati

e trafelati

eran li lì per cedere,

quando arriva una Mosca, che, volando,

punzecchiando, e di qua, di là ronzando,

pensa che tocchi a lei spinger la macchina.

Posa al timone, sulla punta siede

del naso al carrozziere e, quando vede

che la macchina o bene o mal cammina,

si ringalluzzisce tutta la sciocchna.

Va e viene e si riscalda colla boria

d’un capitano di vaglia,

allor che muove in mezzo a una battaglia

i dispersi soldati alla vittoria.

- E non vi par indegno,

pensava quella stupida bestiola, -

che a spingere sia sola,

mentre legge il frataccio in pace santa

il breviario e questa donna canta?

Forse che col cantar si tira il legno?

Intanto che l’insetto ronza queste

note moleste, il legno arrivò su.

E la Mosca: - Buon Dio, ci siamo alfine

su queste alte colline.

Ehi, signori cavalli, ringraziatemi,

la strada ora va in piano,

non vi rincresca a dar la buonamano -.

Così fanno quei certi faccendoni,

che nelle imprese sembran necessari,

e guastano gli affari - in ogni cosa,

gente importuna, inutile e noiosa.” [vedi foto]


<La Candela>

“Dall’Olimpo, soggiorno almo e giocondo,

venner le pecchie ad abitar nel mondo,

e prima ritrovar dolce ricetto

sui gioghi dell’Imetto,

ove stillar quanti nel sen dei fiori

van spargendo gli zefiri tesori.

L’uomo imparò dalle costrutte celle

a spremere l’ambrosia, onde le belle

figlie del ciel riempiono i soavi

elaborati favi.

E poi che da mangiar più nulla c’era,

fece candele della bianca cera.

Una di queste intese dire un giorno

che diventa il matton cotto nel forno

così duro e tenace,

che può vincer del tempo il dente edace,

e come il pazzo Empedocle provò,

nella fornace anch’essa si gettò.

Questa candela nella sua follia

mostrò di non saper filosofia.

Ciascun ha un modo suo di star al mondo,

l’uno galleggia e l’altro cade in fondo.

Empedocle di cera e non men stolta,

fu dalla brace subito disciolta.” [vedi foto]


<L’Anitra, il Cespuglio e il Pipistrello>

“Un’Anitra, un Cespuglio e un Pipistrello,

non trovando fortuna nel paese,

fanno una lega ed a comuni spese

vanno in cerca d’un sito un po’ più bello.

Con agenti e commessi una gran banca

aprirono e un’azienda, in cui non manca

un registro, una penna, un calamaio.

Ma sul più buon scoppiò subito un grido.

Tirato in stretti gorghi il capitale

e in un mar pien di scogli, in un momento

precipitò nel baratro infernale,

che dal volgo si chiama fallimento..

Con sbirri, e carte, e citazioni intorno,

con creditori indocili, indiscreti,

un momento non erano quieti

dallo spuntar al tramontar del giorno.

E congiuravano per trovar appigli

di non pagar; ma inutilmente, credi,

il Cespuglio cacciavasi fra i piedi

della gente per chiedere consigli;

tormentato dai birri era anche lui

il Pipistrel negli angoli più bui,

e l’Anitra tuffavasi nel mare

la mercanzia perduta a ricercare.

Conosco debitori, che non sono

Pipistrelli, non Anitre e Cespugli,

ma nobiloni, i quali han questo dono

d’uscir per la scaletta dei garbugli.”.

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