Thomas Hardy, VIA DALLA PAZZA FOLLA

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Thomas Hardy, VIA DALLA PAZZA FOLLA, @ 1874, traduzione di Piero Jahier e Maj-Lis  Stoneman, Introduzione, pp.VII-XIV e Guida bibliografica, pp.XIV-XVI, di Attilio Bertolucci, Milano, Garzanti, 2015, pp.1-448

 


Gabriele Oak ama l’egoista e capricciosa Betsceba Everdene. Questa però sposa il sergente Troy, un bellimbusto che inizia a sperperarne le ricchezze; ma non è tutto: spunta fuori anche la sua precedente relazione con una cameriera, Fanny Robin, che aveva sedotto, resa incinta e abbandonato. Quando Fanny, raggiunto a stento l’Ospizio di Casterbridge, muore di parto, Troy, ritrovato tutto il suo amore per lei, le fa costruire una tomba monumentale e scappa di casa. Viene creduto annegato in mare, e Betsceba viene riconosciuta da tutti come vedova. Un altro innamorato di Betsceba, Boldwood, ricomincia a farle la corte, ottenendone una promessa di matrimonio di lì a sei anni. Quando però all’improvviso rispunta Troy e reclama sua moglie, Boldwood uccide Troy e poi impazzisce. Rimasta vedova davvero, Betsceba sposa infine il suo primo pretendente, Gabriele Oak, che in tutti quegli anni non aveva smesso di vegliare su di lei e d’amarla.


Quarto - notevolissimo  - romanzo di Hardy (1840-1928): “Il senso costruttivo  e delle proporzioni, che l’Hardy s’era formato nei suoi studi d’architettura, sembra passare nella struttura dei suoi intrecci e nelle proporzioni dei suoi romanzi, dove la vicenda è sempre complessa ma svolta e sostenuta con grande armonia e abilità.”: Salvatore Rosati, voce: Lungi dalla folla frenetica, Dizionario Letterario delle Opere, IV, I-M, Milano, Bompiani, 1951, p.463.


“Per un tempo considerevole la donna seguitò a camminare. i suoi passi si facevano più deboli, e si sforzava gli occhi per guardare nella lontananza sulla strada nuda, ora indistinta tra le penombre della sera. Alla fine, il suo procedere si ridusse a un mero vacillare, ed aperse un cancello entro il quale si trovava una mèta di fieno. Sotto quella si mise a sedere, e poco dopo s’addormentò.

Quando si destò, fu per ritrovarsi negli abissi d’una notte senza luna né stelle. Una pesante, ininterrotta cortina di nuvole si stendeva attraverso il cielo, chiudendone ogni squarcio; e un lontano alone luminoso, sovrastante la città di Casterbridge, era visibile contro la nera cavità, grazie alla sua luminosità che sembrava più chiara per il forte contrasto col buio circostante.

Verso quel tenue, dolce bagliore la donna volse lo sguardo..

I bagliori d’un fanale splendettero per un istante sulla donna accovacciata, e misero in forte rilevo il suo viso. il viso era giovane come impostazione, vecchio come rifinitura; i contorni generali erano flessuosi e infantili, ma i lineamenti più delicati avevano cominciato a dimagrire e affilarsi.

La camminatrice s’alzò, apparentemente con rinnovata decisione, e si guardò attorno. La strada sembrava le fosse familiare, e scrutava attentamente la siepe mentre tirava avanti. Presto si rese visibile un’indistinta forma bianca; era un’altra pietra miliare. Passò le dita sulla superficie per sentirne l’iscrizione.

- Ancora due! - disse. S’appoggiò contro la pietra, come mezzo per concedersi un breve intervallo, poi si mosse di nuovo e riprese il suo cammino. Per qualche spazio ci si resse bravamente, accasciandosi poi come prima. Questa volta fu in vicinanza d’un solitario boschetto ceduo, entro il quale mucchietti di schegge chiare disseminate sul suolo cosparso di foglie rivelavano che dei boscaioli avevano tagliato fascine a fagotti, e costruito staccionate durante il giorno..Coll’aiuto dell’alone di luce di Casterbridge e tastando con le proprie mani, la donna scelse due pali dal mucchio. Questi pali erano erano quasi diritti fino all’altezza di tre o quattro piedi, dove ciascuno si biforcava in una forca simile alla lettera ipsilon..

Le grucce rispondevano bene..

Si strascinò fino al ponte. Durante lo sforzo, ogni respiro della donna si diffondeva nell’aria come se fosse l’ultimo.

- Ora diciamo il vero, - disse sedendosi. - Il vero è che mi rimane meno di mezzo miglio. - L’inganno a se stessa su ciò che tutto il tempo aveva saputo essere falso, le aveva dato la forza di proseguire più di mezzo miglio, che sarebbe stata incapace d’affrontare nel suo complesso. L’artificio dimostrava che la donna, per qualche misterioso intuito, aveva afferrato la verità paradossale che la cecità può agire più vigorosamente che non la prescienza, e la miopia avere più effetto che non il presbitismo, che la limitazione, e non la comprensione, è necessaria a colpire nel segno..

La sua  facoltà immaginativa era esausta. alla fine sopraggiunse la disperazione.

- Non ne posso più! - mormorò, e chiuse gli occhi.

Dalla striscia d’ombra, dalla parte opposta del ponte, parve staccarsi una porzione d’ombra, e muoversi isolata sul pallido biancore della strada. Scivolò senza rumore verso la donna giacente.

Essa ebbe la sensazione di qualcosa che le toccasse la mano; era morbidezza e calore. Aprì gli occhi, e quella sostanza le toccò il viso. Un cane stava leccandole la gola..

L’animale, che era come lei un senza casa, si ritirò rispettosamente d’un passo o due, quando la donna si mosse, e nel vedere che non lo respingeva, le leccò di nuovo la mano.

Un pensiero le balenò come un lampo: - Forse posso servirmi di lui, forse allora ce la faccio! -

Essa indicò la direzione di Casterbridge e sembrò che il cane l’intendesse: trottò avanti. Poi nel vedere che essa non poteva seguirlo, tornò indietro e guaì.

L’ultima e più triste singolarità dello sforzo e dell’ingegnosità della donna fu raggiunta quando, col respiro affannoso, s’alzò fino a una posizione curva, e posando i suoi braccini sulle spalle del cane, vi s’appoggiò fermamente e mormorò parole stimolanti..

Necessariamente il loro avanzare era molto lento. Giunsero in fondo alla città, e i lampioni di Casterbridge s’allungarono davanti a loro come pleiadi cadute sulla terra, quando svoltarono a sinistra nell’intensa ombra d’un deserto viale di marrondindia, e così scansarono il borgo. In tal modo, la città fu oltrepassata e la meta raggiunta..

L’Ospizio consisteva d’una massa centrale e di due ali, sulle quali stavano come sentinelle alcuni esili camini che gorgogliavano ora malinconicamente nella lenta brezza..

Eran vicine le sei, e s’udivano rumori di movimenti dentro l’edificio, che era il porto di rifugio per quell’anima stanca. Una porticina accanto al portone venne aperta, e apparve un uomo. Scorse quel mucchio ansante di panni, tornò indietro per una candela, e riapparve. Tornò dentro una seconda volta, e venne poi fuori con due donne.

Esse allora alzarono la figura prostrata, e l’assistettero nel passare la porta. Quindi l’uomo chiuse la porta.

- Come ha fatto ad arrivar qui? - chiese una delle due donne.

- Lo sa Dio, - disse l’altra.

- C’è un cane là fuori, - mormorò la viaggiatrice estenuata. - Dov’è andato? M’ha aiutata. -

- L’ho scacciato con un sasso, - disse l’uomo.

Poi la piccola processione avanzò: in testa l’uomo che reggeva la candela, poi le due donne ossute che sostenevano tra loro quella donnina flessibile. Così entrarono nella casa e scomparvero.”.