AA. VV. - LA SELVAGGINA

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Giuseppe Cervetto, Francesco Bassilana, Giorgio Mistretta, LA SELVAGGINA - conoscerla, cacciarla, cucinarla, prefazione di Gianni Brera: ‘Bene, questa è la caccia’, p.1, foto n.t.,  Milano, Fratelli Fabbri editori, 1974, pp.288


“Ho rimediato il primo fucile a quattordici anni, esplorando la casa abbandonata d’uno zio del mio quasi coetaneo R.M., oggi medico a Stradella. Il fucile era un vecchio Damasco ‘a tortiglione’. R.M. ed io caricavamo le cartucce con spaventose misure di randite [polvere da sparo, ndc] e col solo piombo usato dallo zio segugista, i veccioni [pallini da schioppo più grossi degli ordinari, ndc] dello ‘zero’. Preparate le munizioni, smontavamo il fucile e lo avvolgevamo in un sacco applicato alla canna della bicicletta. Giunti in campagna, e quasi sempre a ridosso dell’Olona, rimontavamo aspettando preda.

Una cincia sparata da pochi metri venne strappata dal ramo dell’olmetto sul quale s’era posata e portata qualche poco in alto prima di ricadere col minuscolo corpo letteralmente sfondato. Nonché vergognarmi di quel misfatto, mi son ricordato per anni con orgoglio che usando piombo dello zero ho tenuto sotto mira a lungo e finalmente rotto d’ala una rondine miserella che evoluiva per fame sulle andàne [spazio libero tra due filari d’alberi, ndc] di medica appena falciata. Era una specie di miracolo, e tuttavia ne trassi buoni auspici per il mio avvenire di cacciatore.

In seguito, perfezionai i metodi della mia perversione e giunsi ad ottener applausi per l’abbattimento consecutivo di quattro germani [anseriforme selvatico, ndc] quattro. Purtroppo questi germani, come quasi tutte le altre vittime delle mie fregole balistiche, erano finti. Una massaia li aveva appena cacciati a colpi di scopa dal pollaio perché si mettessero in volo e s’offrissero ai nostri tiri fasulli..In vita mia ho cacciato dal passero, autentico pidocchio del cielo, al maestoso cervo ingelosito dall’ingannevole corno bramente. Ho sempre rifiutato l’Africa nera ma non le tortore delle Piramidi  e i tordi della Tunisia, non i daini cecoslovacchi e le otarde ungheresi. Ho rifiutato l’Africa nera per paura delle malattie tropicali ma soprattutto per la convinzione che nessun tiro alle belve mi sembrerebbe vero e spontaneo come le prime crudelissime esperienze sulla cincia olonate e sulla rondine rotta d’ala..Voglio dire che la caccia ha finito d’esistere dal momento in cui mi son illuso d’esservi preparato per il meglio..Ora me la raccontano con soave nequizia i miei bravissimi amici Cervetto e Bassilana: come si può e si deve andare a caccia rispettando lo sport, la natura e financo le nostre vittime designate; come sono e quando appaiono le vittime più gradite; persino come vanno cucinate, e quali vini si debbano bere perché si concludano al meglio i riti sacrificali..Due ore d’orologio ho impiegato a cacciare seduto, con Cervetto e Bassilana. In verità non ricordo caccia più bella e convincente..”