Mauro Berruto, ANDIAMO A VERA CRUZ CON QUATTRO ACCA

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Mauro Berruto, ANDIAMO A VERA CRUZ CON QUATTRO ACCA - Storie di sport e scacchi matti, in copertina: Gabriela Andersen-Scheiss, Torino, Bradipolibri, 2004, pp.110

Mauro Berruto (Torino, 1969) è allenatore professionale di pallavolo. Laureato in filosofia ha due passioni: la letteratura e l’antropologia.

Gli atleti oggetto di dedica rientrano negli ‘assi cartesiani’ di riferimento secondo Berruto:

Non c’è sport senza fatica, sacrificio, allenamento, ripetizione, sudore,  
stanchezza, ferite, dolore.

Non c’è sport senza determinazione, testardaggine, rigore, disciplina, rinuncia.

Non c’è sport senza sogno, vittoria da rincorrere, coppa da sollevare, record da migliorare.

Non c’è sport senza sconfitta, dubbio, messa in discussione, sfiducia: p.7.

<Dedicato al maratoneta Carlo Airoldi> Nel 1896 compì una grande impresa: da Milano ad Atene a piedi per vincere la Maratona delle prime Olimpiadi moderne. Non aveva di che pagarsi il viaggio e lui, corridore per passione, decise di andarci a piedi. Dopo un mese di viaggio, al suo arrivo ad Atene, il Comitato Olimpico gli disse che non avrebbe potuto partecipare alla competizione. Motivo: dopo la vittoria nella Milano-Barcellona, nel 1895, durante la quale s’era portato in spalla per gli ultimi chilometri il secondo classificato colpito da crampi, aveva accettato dagli organizzatori 15 lire per pagarsi il ritorno in treno a Milano: pp.16-17.

<Dedicato a Gabriela Andersen-Scheiss>  Atleta svizzera che fece rivivere nella Maratona femminile delle Olimpiadi di Los Angeles 1984 il dramma di Dorando Petri. La Andersen-Scheiss, che aveva allora 39 anni, non era in lotta per una medaglia. Aveva già un distacco di 20 minuti dalla vincitrice, Jeanne Benoit e alla fine si piazzò al 37° posto. Vittima d’un colpo di calore entrò barcollante nello stadio e impiegò oltre 5 minuti a compiere l’ultimo giro. Medici e paramedici la seguirono da vicino, ma non intervennero per evitarle la squalifica. Le immagini vennero diffuse in tutto il mondo e furono quelle maggiormente ricordate di quell’edizione dei Giochi: pp.18-19.

<Dedicato a Roger Bannister e ai suoi tre minuti, cinquantanove secondi e quattro decimi>
"...Sull’Everest nel 1953 c’era andato un inglese. E un inglese, in quel momento, stava per andare su un’altra vetta irraggiungibile: il miglio in meno di quattro minuti. Ha cambiato la realtà. Nelle settimane successive al suo record decine di atleti scesero sotto la barriera dei quattro minuti. Sir Roger era stato in un mondo nuovo e inesplorato, in cui ora anche avevano accesso tutti gli altri. Esattamente come oggi ci sono cordate di turisti sull’Everest che lasciano addirittura lassù la loro spazzatura”: pp.54-55.

<Dedicato a Forrest Smithson> “..Lo sport è solitudine.
Lo capisci subito, da quando lasci i libri per andare in palestra e a casa ti dicono che non devi rubar tempo alla scuola. Poi magari ti fanno fare tre ore di violino al giorno, ma quella è cultura…
Lo sport è un istante, un refolo di vento che gira da una o dall’altra parte.
Senza democrazia, senza giustizia, senza appello. Una finale c’è chi la affronta andando in fuga. C’è chi insegue, chi cade e non si rialza. C’è chi si rialza. La cosa più difficile è rialzarsi, ma è anche la più bella. I grandi atleti son quelli che dentro hanno quell’energia che permette loro di ritornare a vincere dopo le grandi sconfitte o i grandi infortuni…
A tutte queste cose, e a chissà quante altre, deve aver pensato il puritano Forrest Smithson, un sabato sera di inizio secolo, prima di correre i 110 ostacoli ai Giochi Olimpici di Londra e vincere la medaglia d’oro, in 15” netti.
Impugnando la Bibbia nella mano sinistra.”: pp.72-74