Peppino Meazza - Emilio Violanti, CENTRAVANTI

Stampa PDF

Peppino Meazza - Emilio Violanti, CENTRAVANTI, introduzione di Bruno Roghi, 26 fotografie in b. n. e tre grafici dimostrativi n. t., Milano, Sperling&Kupfer, 1955, pp. 93

<Il mito del centrattacco, pp. 11-21>
<L’arte del gioco: pp. 25-35>
<Tecnica e tattica: paese che vai: pp. 39-46>
<Importanza dell’atletica: : pp. 49-65>
<Al medico nulla sfugge: pp. 69-79>
<Assi di mezzo secolo: Attilio Fresia - Luigi Cevenini - Giulio Libonatti - Angelo Schiavio - Felice Placido Borel - Silvio Piola: pp. 83-92>

“Attilio Fresia è un nome che riaffaccia alla ribalta baffoni a manubrio, mutande che arrivano fino al ginocchio, viaggi in terza classe col cartoccio, medagliette di vermeil, calcioni a vanvera ai primi rudimentali palloni. Chi tirava più forte era il campione, allora, per il calcio. Era l’epoca del ‘patapùnfete’, che i radi spettatori ai bordi del rettangolo sottolineavano con rotondissimi ‘oh’.

Lui, Attilio Fresia, in quel mondo tranquillo portò la rivoluzione. Il dribbling, la finta, il passaggio dosato. L’intelligenza applicata al calcio, il gusto del tocco dolce e morbido. Poco dopo un altro fuoriclasse, Renzo De Vecchi, applicava questa tecnica come difensore. Era un omarino, ma sapeva esprimere un dinamismo che elettrizzava. Nato a Torino (5 marzo 1891) giocò nel Modena e nel Livorno. A Torino tornò in maglia azzurra il primo maggio 1913, avversario il Belgio. Poi emigrò: Inghilterra e Brasile. Scomparve immaturamente il 4 agosto del 1923”: p. 83

“Luigi Cevenini III era soprannominato Zizì, quasi uno sghiribizzo, la sigla del suo carattere lunatico, bizzarro e indisciplinato. Forte nello scatto, la sua sicurezza tecnica era sbalorditiva. Il suo senso di organizzazione del gioco ne faceva un esteta. I gol non lo interessavano; ma lo interessava come venivano fatti questi gol. Il suo motto era: il football è tutta geometria”: p. 84

“Giulio Libonatti, un italo argentino alla corte del Torino: naso lungo alla menimpippo, fisico un po’ tondetto, aria da scugnizzo napoletano. Venne, vide, vinse (e convinse). Centravanti d’arte, la naturale elasticità armonizzava la sua azione, sempre svelta, dinamica, aggressiva. Controllarlo era un problema ardito: sgusciava da tutte le parti. Legava la squadra, chè le triangolazioni lo vedevano spesso come ispiratore ed esecutore: strabiliò quando gli misero al fianco due grandi interni: Baloncieri e Rossetti”: p. 85

“.. Fu il palleggio sicuro di Schiavio ad agevolare la sua azione di centravanti di sfondamento. Camminava e correva ondeggiando lievemente, sì che l’avversario non sapeva più da che parte prenderlo. Lo scatto pronto, autoritario.. L’azione potente e veloce. Aveva un dribbling stretto, secco, imperioso. Il suo tiro era una fucilata”: p. 87

“Borel lo chiamavano ‘farfallino’ per quel suo modo di correre velocissimo ma al contempo lieve, aereo, leggiadro. Correva i cento metri palla al piede in undici secondi e tre quinti. Un ciuffo bizzarro, gli occhi neri e vivissimi, alto, ben modellato, asciutto. Aveva il fiuto del gol. Sembrava, a volte, estraneo alle vicende del gioco, distratto, assente. La sua calma. Poi si risvegliava di colpo, pareva una saetta. Il suo scatto ’bruciava’ sul posto ogni avversario. Il suo tiro non perdonava. Ma la sua dote più bella era il ‘tempo’, che s’accoppiava a una freddezza d’esecuzione unica. Aveva esordito nei cadetti azzurri contro la Svizzera: 5-0, due gol della recluta. Aveva allora diciannove anni. Ecco, arrivò forse troppo presto, Borel. E presto scomparve. Eppure bastò quel poco perché la storia dei più grandi centravanti italiani s’arricchisse d’un nuovo, magnifico esemplare”: pp. 88-89

“In una scuola calcistica italiana, dove centravanti era sinonimo di virtuosismo e dribblomania, Piola portò il verbo nuovo della potenza atletica che soverchia ogni altra virtù. Smentiva le caratteristiche della nostra razza con un fisico spettacoloso: alto, robusto, ben articolato sulle gambe. Relativo, naturalmente, era il suo scatto da fermo. Ma, una volta lanciato, in corsa era un’iradiddio. Non superava l’avversario, lo travolgeva. Famosi e grintosi terzini come Domingos e Quiconces sentirono i loro gomiti sbriciolarsi davanti a quella furia scatenata”: pp. 81-91

 

 

 

Vedi fotografie