Vittorio Pozzo, CAMPIONI DEL MONDO

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Vittorio Pozzo, CAMPIONI DEL MONDO - Quarant’anni di storia del calcio italiano, foto in b.n.n.t., Roma, Centro Editoriale Nazionale, 1960, pp.612

Pozzo è il C.U. - non retribuito - entrato nella storia per i due titoli mondiali e quello olimpico riportati tra il ’34 e il ’38.
Meno nota è la sua attività come giornalista professionista - “da quando era studente e giocatore attivo” fino all’ultimo -, su riviste quali “Olimpia”, “Quindena” e “La Settimana Incom illustrata” e soprattutto per “La Stampa”.

<Umanità di Pozzo>
“..Consacrando definitivamente la coppia Rosetta-Caligaris io, quasi inconsciamente, avevo dato vita ad un’altra coppia di ferro: quella dei padri dei due atleti, il papà di ‘Viri’ e il papà di ‘Berto’. Due piemontesi duri e forti di fisico e di carattere..Al termine di ogni incontro venivano immancabilmente a ringraziarmi: il personale dei diversi stadi li conosceva e li lasciava o faceva passare.
Si studiavano di non recare il minimo disturbo. Stavano fuori degli spogliatoi e qualcuno veniva ad annunciare: ‘Qui fuori ci sono i due papà’. Uscivo. Mi abbracciavano con qualche lacrima di commozione o di orgoglio negli occhi, mi dicevano, in piemontese: ‘Grassie per Viri’, ‘Grassie per Berto’ e felici come per un dovere compiuto si mettevano sulla via del ritorno”: pp.111-112.

<Pozzo bandistico>
A Vienna, il 7 aprile 1929, in occasione di Austria-Italia, “gli austriaci, prima dell’inizio della partita, suonarono, invece dell’Inno Nazionale italiano, una canzonetta popolare napoletana: e si scusarono poi dicendo che la banda non conosceva l’inno ufficiale! Lo sport serviva a certuni per dare sfogo ai risentimenti [per la guerra ’15-’18, ndc]”: pp.139-140.

<Smentita di Pozzo>
“..Ho letto più volte in questi ultimi anni, anche recentemente, che io, prima di mandare la squadra in campo, avrei fatto cantare negli spogliatoi o l’Inno del Piave o l’Inno di Mameli, con discorsi sugli attacchi alla baionetta, sui morti, sui feriti, e su chi più ne ha più ne metta. Tutte storie che meritano un sorriso, e nient’altro..Quei nostri giocatori erano uomini creati per i fatti, uomini d’azione, non dei figurini per parole tronfie od espressioni demagogiche”: pp.197-198.

<Pozzo Consulta - fashion>
Il 13 dicembre 1931, in Italia-Ungheria (a Torino, Coppa Internazionale), al 90°, “Cesarini, che occupava la posizione di mezz’ala, arrivato d’impeto dalle linee arretrate, con uno spintone mandava il compagno Costantino sulla destra e l’amico Libonatti sulla sinistra e, fra la meraviglia  generale, spediva in rete con semplicità..A proposito di questa rete, ricordo d’aver avuto, anni dopo, una discussione con Stanley Rous, il Segretario della Federazione inglese, ed altri tecnici stranieri. Per questi signori, l’azione dell’italiano era da considerarsi fallosa, e la rete non doveva venire concessa. ‘Si trattava invece d’un compagno di giuoco’, qualcuno obiettò. ‘Non importa, fu la risposta, il regolamento prevede il caso, sotto il comma della ungentlemanly conduct, della condotta scorretta. Non è permesso dare spintoni nemmeno ai propri compagni di squadra’..Una visione prettamente tecnica, questa, del caso particolare: da noi, non si pensò che al tempo in cui il punto fu segnato. E ne nacque la ‘zona Cesarini’. E la rete fu convalidata dall’arbitro.”: pp.225-226.

<Assemblee democratiche>
“..Meglio sempre quell’improba fatica [del C.U., ndc], che quella delle assemblee, che vennero quando vennero. Io partecipai a tutte, senza mai prender parte attiva a nessuna..Ecco quello che scrivevo, dopo uno di quegli ameni consessi, su un giornale di Firenze che è scomparso da tempo:
Giovedì 16 maggio 1946, ore 14. L’assemblea costituente del Calcio Italiano ha terminato i suoi lavori. I lavori sono durati esattamente due giorni e mezzo. E sono stati veramente lavori, nel senso forzato della parola..Nessuno di coloro che vi hanno partecipato si è riposato..
Il modo e il tono in cui si sono svolti i lavori formano un’altra musica. Se ancora una conferma occorresse di quanto cammino ci è necessario di fare per esser dei veri democratici, queste assemblee la offrirebbero, chiara e lampante. V’è l’insofferenza, l’impulsività, l’irragionevolezza degli indisciplinati nel modo di discutere nostro..
Riprendendo queste parole, buttate giù dopo tante discussioni, riprendendole dal testo originale, scampato a tante vicissitudini, non si può far a meno di pensare che tanti problemi che ancora affliggono l’ambiente trovano la loro prima origine in quel tempo, quando i delegati dettavano leggi in tono solenne nell’aula magna, e subito dopo, a gruppi o a coppie, complottavano sul come violarle nei corridoi ovattati”: pp 417-424.

<Un retroscena di Italia-Inghilterra 0-4 (Torino, 16.5.1948)>
“..Era viva ed acuta, in quel periodo, una rivalità di tipo prettamente commerciale, fra Parola e Mazzola. Ambedue s’erano dedicati, nella loro vita privata, investendo rilevanti somme, alla fabbricazione ed alla vendita di palloni da giuoco: ed erano naturalmente gelosissimi dell’affar loro. La partita di Torino era stata, per ritiro di Parola dalla piccola lotta e per accordo concluso dal comitato organizzatore, iniziata con un pallone di una terza marca neutrale, regolarmente presentato all’arbitro Escartin, e da questi accettato. Alla metà tempo, durante una mia assenza dagli spogliatoi, era stato ritirato e ne era stato messo al suo posto un altro, della marca di Mazzola.. Del cambiamento del pallone s’accorsero gli inglesi, che reclamarono..Comunque, io non intesi né intendo che l’affare del cambiamento del pallone, né altro, venga addotto a mia discolpa per la sconfitta di Torino..Quell’incontro sono stato io, per primo, a perderlo”: pp.440-442.

<Addio alle cariche>
“..Così ora - da tempo posso dire - quando il lavoro non mi occupa, invece di dedicare le ore libere agli altri, le dedico a me stesso. E’ così lunga e radicata l’altra abitudine, che ne chiedo quasi venia. Ritorno spesso alla montagna, ‘la mia montagna’, quella che non è cambiata e non cambia mai. E, quando sono stanco, invece d’accomodarmi su un seggio in vista di tutti, mi seggo su di una pietra in cresta e dove spira il vento, e guardo a fondo valle, dove spesso i piccoli uomini lottano e farebbero moneta falsa per passare uno davanti all’altro e, quando è il caso, ripeto fra me e me i versi del poeta: ‘La montagna raddrizza voi che il mondo fece torti’”: p.457.