Gianni Brera, HERRERA

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Gianni Brera, HERRERA, pp.1-133, Milano, Longanesi (collana: ‘Gente famosa’), 1966

<Tra reportage e romanzo: l’Inter del 1959/60 allenata da Achilli, rilevata in estate da Herrera>

“..In porta era Pontel, abbastanza energico ma greve ed incerto.
Masiero e Fongaro stavano sulle ali. Il primo con i piedi piatti e le ginocchia vaccine, il secondo così goffo e sgraziato da parere gobbo. Entrambi assai malcerti, e portati a difendersi con ferocia.
Fra loro, Tagliavini, tanto bravo ragazzo, diceva il segretario generale, tanto solerte, in sede, da prestarsi pure come impiegato (Faceva bene a cercarsi un altro mestiere, si diceva H.H.).
Il centrocampo era affidato a Invernizzi e Venturi, i mediani, a Rancati e Lindskog, gli interni.
Invernizzi era lento e spigoloso. Una zazzera da finlandese, bionda e fine, gli si ammollava sulla fronte madida.
Venturi toccava benino, però senza alcun ardire..A sedici anni era un povero ciccione molle e cascante. Una disfunzione ormonale lo affliggeva dagli anni della prima pubertà. Aveva preso a giocare per consiglio del medico. Era arrivato in breve alla nazionale! H.H. ascoltava fingendosi attento e ogni poco esclamava: ‘Ah, è così, ah, perbacco’.
Rancati si affannava malamente. Un prodotto del vivaio, che Moratti prediligeva.. Giusto, approvava H.H.
Lindskog, quello era un fusto scandinavo e si vedeva. Una falcata da alce, sgraziato un tantino sulla palla, però sodo: un atleta..Qualcosa avrebbe potuto cavarne.
L’ala Bicicli era un trottolino pieno di brio ma così trafelato a volte da commettere errori madornali.
Il giovanissimo Corso, ala sinistra, svagava sornione anche a ritroso. Aveva un ritmo da balia, un carrello adiposo, i popliti larghi da ragazza e si serviva della gamba destra come di una stampella. Il sinistro invece era interessante..
Il centravanti Firmani era inglese. Lo avevano acquistato dalla Sampdoria per un bel malloppetto di milioni. Atleta era senza dubbio, però fifone..Firmani riceveva la palla e se ne liberava subitissimo, quasi gli scottasse il piede. Era il sintomo più vero della prudenza. ‘Ha un nome italiano!’, disse H.H. Valentini non afferrò la cattiveria.”: pp.77-79.