Vladimir Dimitrijevic, LA VITA E’ UN PALLONE ROTONDO

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Vladimir Dimitrijevic, LA VITA E’ UN PALLONE ROTONDO, traduzione di Marco Bevilacqua, pp.1-146, @1998 La vie est un ballon rond  Editions de Fallois, @ 2000 Prima edizione Adelphi, Milano, Adelphi, 2007

Emigrato nel 1954 dalla Jugoslavia in Svizzera, ha fondato la casa editrice L’Age d’Homme di Losanna.

<L’aristocrazia e la nobiltà di gamba>
“Il calcio restituisce nobiltà alla gamba, a questo arto dimenticato, atrofizzato o semplicemente condannato a un’unica funzione: camminare o camminare in fretta, ossia correre..
Mi si potrà obiettare che il balletto e la danza si servono delle gambe proprio come il calcio. [v. anche a p.45: “..Da questo punto di vista, al calcio sono più simili il judo, e anche la lotta o altre arti marziali in cui si adoperano le gambe.. Se osserviamo con attenzione questi sport di gamba, ad esempio il judo, ci accorgiamo che in realtà si tratta di football senza pallone. Se il judoka, anziché su un avversario, indirizzasse i suoi colpi su un pallone, gli imprimerebbe un movimento particolare, una traiettoria che è poi quella del tiro ad effetto. Idem per le finte di judo. Uno pensa: sono proprio gesti da calciatore!”].E’ vero, ma con la piccola differenza che la specializzazione totale s’innesta immancabilmente sul canone estetico.Garbato, terribilmente aristocratico, il balletto è l’emblema del buon gusto. E il buon gusto è la perfetta convenzione.
Il calcio non è aristocrazia, è nobiltà.Vi è in esso un’uguaglianza che non esiterei a definire cristiana. Tutti i calciatori eccezionali trasformano un palese difetto in una qualità sublime..
Ci si stupiva del numero di scarpe di Netzer: sembrava che calzasse delle racchette da neve. Numero 48, si diceva addirittura 52 o 54. L’immaginazione si scatena! Ma non si sono mai visti dei passaggi di 40 o 50 metri precisi al millimetro come quelli del vecchio Gunther.”: pp.26-28.

<5.6.1954. Losanna, Ungheria-Uruguay 4-2>
“..Per i tempi supplementari, le squadre non rientrano negli spogliatoi; gli ungheresi se ne stanno là, a centrocampo, a bere il tè, e io vedo i giocatori scherzare mentre si fanno massaggiare. Sul 2-2, con la prospettiva di dover affrontare i supplementari, la squadra si diverte. E’ una squadra felice! E non per spavalderia..
Quella squadra, la sua parabola, la diaspora dei suoi giocatori sono uno dei grandi simboli del secolo. Bisogna averli visti, tutti quanti, rientrare in patria a sessant’anni, per una partita di gala, da signori stempiati e con la pancetta, coi cappelli flosci, perché siamo in Europa centrale, in camicia bianca e cravatta, abbigliati come gli uomini importanti di mezza età dell’epoca della loro partenza. Il loro pubblico era là, tutta l’Ungheria era accorsa per rivivere un sogno.
Mai, per quanto mi riguarda, mai l’esilio ha causato tanti crampi e dolori come la sera in cui ho visto le scene del ritorno di quei giocatori sul loro campo.”: pp.72-74.

<In esilio>
“..Durante i miei spostamenti, quando passo per Avallon, Sens, Auxerre, Grenoble, Lione, fermo la macchina appena vedo uno stadio di calcio e dei giocatori correre dietro a un pallone rotondo. Esamino le loro azioni e l’antico ricordo del signor Spic mi pervade l’anima. Faccio le mie considerazioni: quello là ha un buon tocco, quell’altro dovrebbe migliorare il possesso di palla o il tiro; talvolta, vedendoli sotto la luce dei riflettori, durante gli allenamenti serali, mi dico che hanno delle possibilità. Auguro loro di tenersi in mente con precisione tutto ciò che accade durante quelle ore esaltanti, perché forse saranno questi i più bei ricordi che resteranno loro della giovinezza. Mi sono persino soffermato davanti a stadi deserti, per rivivere ad occhi aperti partite che avevo visto o giocato.”: pp.102-103.

<Caressa (il cronista da Marte, il pianeta cotto) disvelato>
“Oggigiorno gli arbitri barano. Non voglio dire che lo fanno perché sono disonesti. Barano perché anche loro sono diventati protagonisti del gioco. Lo stesso vale per i calciatori. Fanno scena: quando un calciatore sgambettato crolla a terra rotolando tre volte su se stesso e simulando la morte..
Purtroppo la televisione ha spinto all’eccesso tutto ciò. I telecronisti, non sapendo più come fare per dar spessore alla loro cronaca, ingigantiscono qualunque cosa e urlano come se i colpi li prendessero loro..
Quei telecronisti, e anche i giornalisti che alimentano i loro fanatismi, dovrebbero essere rimossi, perché rovinano lo sport e il piacere sano e innocente che esso procura.”: pp.132-133.