Vito Ventrella - IL GATTO PIK

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Vito Ventrella, IL GATTO PIK, pp. 1-129, Torino, Einaudi, 1971

Nella presentazione che nel risvolto editoriale fa di sè l’autore, trentenne frenatore delle FF. SS. (senza dimenticare i richiami all’autodidattismo e all’ignoranza dei “classici” e di “gran parte dei contemporanei”), la dichiarazione programmatica secondo cui “unica guida tra le asperità dello scritto è stata il vocabolario” risulta particolarmente illuminante, perlomeno riguardo alla fase d’impostazione dell’operazione letteraria effettuata, per il valore d’intrinseca, ancestrale disponibilità che la parola v’assume. Dal ‘caos’, rappresentato da un sintagma logoro quale ‘dato acquisito’ Ventrella trae il suo ‘elemento’: “Naturalmente l’ho acquisito.” (che ‘deve’ essere pertanto un malapropism). Analogamente si legga: “il mio corpo..ora mi provoca e m’insulta dolcemente con un desiderio che è anche un desiderio che io mi contesto, perché proprio in questo momento mi è negato esaudirlo; ciò è possibile in altri pianeti lontani, in altri corpi distanti e come se ciò dovesse durare.”. Questa comparativa cela un ‘come’, inteso nel senso di ‘in certo modo, per cosi dire’: espressioni, entrambe, con cui avrebbe potuto scontatamente concludersi il periodo; Ventrella (mediante il solito induttore flessivo) ne ricava un altro ‘elemento’ originale, istituendo inoltre un legame, di forte espressività, con la premessa temporale. (La prova dell’attenzione prestata alla virtualità semantica di questo vocabolo viene da un altro passo, che lo vede, enfatizzato dal maiuscoletto, inserito in un contesto parodistico: “Devo evitare il COME, quel COME morire in o per vasi, calze, mulini!”). Un acuto senso di lingua vergine, adoperabile, tende ad intaccare, nella loro univocità, una singola parola (è il caso di nessi quali: ‘e’; ‘da ciò’; ‘comunque’; ‘d’altronde’; ‘appunto’; ‘eppure’; ‘perché’; ‘anzi’), o un periodo (come traspare dal seguente, in cui la clausola temporale è cripticamente correlata col vocabolo iniziale: “Finchè, questo andazzo, destinato a cogliere..il momento ideale per infliggere la morte, risulta che non è per niente contrario a questa; e quindi, se non è contrario è possibile che la morte si sia già verificata.”), o infine, nella sua denotazione di genere chiuso, la stessa novella, se la parola ‘ombra’, figurante come gratuita apposizione in un racconto (“..come realtà, esisto io, un’ombra”), si ritrova piu avanti, ne L’ombra del porcospino (si noti la prima parte del titolo), in un contesto retroattivamente chiarificatore: “Cerco il mio uomo, la mia ombra cerca il suo corpo, il mio silenzio la sua bocca. Io, l’ombra, il silenzio, siamo gli alleati di qualcuno.”.

A questo primo ideale momento formativo ne segue un secondo, che si attua nel ricorso a un’orditura logica e dialettica di assoluta tensione. L’ossessivo ricorrere delle didascalie ‘penso’ e ‘mi dico’ (o ‘diciamo’) è già sufficientemente indicativo al riguardo. Indefessamente la coscienza di Ventrella postula e si contraddice, dipana e annoda, si dilata e si contrae, rifiuta e sceglie, avanza ipotesi per subito confutarle, genera categorie ora fantasiosamente reinventate, ora scolasticamente compitate, si suggella in epiloghi perfettamente aperti: “Chissà che fine. Questo era il punto-penso. Chissà che fine, non significa necessariamente una fine.”.Due luoghi si propongono persino come variazioni sulla celebre formula del razionalismo cartesiano: “Chi siamo dunque noi?..Chi pensa dentro di noi ciò che pensiamo di essere; ovviamente un altro; un lo diverso.”; “Eppure sono certo che quel pensiero era specifico, perché era l’unico che mi materiallzzasse in quel momento.”. Sicché come un simbolo di questi racconti si pone quell’immagine del “pensierificio”, da cui questi insoliti prodotti di fabbrIca, da “accatastati” che erano, vengono “prelevati ed incastrati l’uno nell’altro per raggiungere un buco, una meta asfissiante.” («Asfissiante», va precisato, nel senso che il lettore è costretto a cooperare, a partecipare, a decidere). Ne Il gatto Pik, al centro dei fatti c’è la rottura di un vaso di geranio: si configura un palleggiamento di responsabilità tra un ragazzo, Leo detto Pik (che indulge abitualmente a fantasie incestuose), il quale lealmente si dichiara colpevole, e un gatto (accusato dalla madre), finché non scatta l’imprevisto: anche il gatto potrebbe chiamarsi Pik. Ne Il pupo, un ragazzo si costituisce dopo aver ucciso un barbiere che l’aveva insidiato. Al maresciallo rivela che alla sua avvenenza avevano guardato tutti i compaesani, come a un tranquillante, in grado di caImare le loro tensioni. Cristo, anch’egli bello e virile, è morto per l’umiliazione causatagli dal bacio dell’Iscariota: un’identica occasione ha propiziato il dramma. Esso tuttavia affonda le sue radici, più che nel terreno della virilità offesa, nella miopia del barbiere, che ha attribuito un significato di richiamo erotico a un’incrinatura, costituita dal fatto che si è non ciò che si crede di essere (un “pupo”, appunto), ma “chi pensa dentro di noi» ciò che si pensa di essere.”. Tale ottica falsata comporta che l’omicidio non abbia addirittura avuto luogo. In Good bye Rodolfo un giovane, dopo aver sottratto dal mazzo un asso nel corso d’un Natale in famiglia, associa mentalmente il suo gesto al furto, da lui compiuto dodici anni prima, della scarpina d’una bambina, attribuendo all’uno e all’altro fatto un’intenzionalità dissacratoria nei confronti dei ritualismi domestici. Ne L’ombra del porcospino un ragazzo, Mart, per vendicarsi delle bocche dei genitori (e in particolare di quella del padre, cui è legato da un nevrotico rapporto di reciproca insofferenza), che si sono cibate del coniglio prediletto, si abbandona a un curioso jeu de massacre basato su rassomiglianze (tra la bocca del padre e quella d’un pesciolino rosso, tra la propria bocca e quella del padre), in cui si rivelerà determinante l’intervento finale della madre in veste di alleata. In Nino ovvero Smith il taciturno, un uomo, disadattato al punto da dubitare del suo stesso nome e che si defìnisce incapace a “dare un volto alle persone” a causa dello “stato deplorevole delle sue possibilità di percezione”, traffica e discorre con due surrogati visivi delle stesse: dei pali e un manichino, e finisce col credersi oggetto di svariate reincarnazioni. Il meglio del libro è nell’ultimo racconto (svolto nei modi del monologo interiore) e soprattutto ne il pupo; mentre Good bye Rodolfo appare piuttosto una summa, un manifesto delle tendenze dell’autore. È possibile segnalare alcuni nuclei tematici (la nevrosi familiare, l’insofferenza verso la figura del padre, le latenze incestuose, lo sdoppiamento della personalità ecc.); ma non è la loro disponibilità, in sé, ciò che a Ventrella preme, bensl quel “grammo di significato, uno solo un milligrammo in composizione ad altri milligrammi”, cui in un racconto il lettore è allusivamente esortato a prestare attenzIone, e a cui lo scrittore ha affidato (con ambigua modestia) la cifra indimenticabile della sua prosa.

Tratto da Italianistica, gennaio-aprile 1972, pp. 222-224