Gianni Brera - ADDIO, BICICLETTA

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Gianni Brera - ADDIO, BICICLETTA - L’epopea dei pionieri del ciclismo, prefazione di Gianni Brera, pp. III-VI [@ L’avocatt in bicicletta, Milano, Edizioni SESS La Gazzetta dello Sport, 1952, @ Addio, bicicletta, Milano, Longanesi, 1964], pp. 1-229, Milano, Rizzoli, 1980

Come Coppi e il diavolo è una biografia romanzata (in terza persona) del campionissimo, Addio, bicicletta lo è (in prima persona) di uno tra “i giganti della strada” d’inizio secolo: Eberardo Pavesi (Colturano, PV, 1883 - Milano, 1974).
“Non ho inventato assolutamente nulla: ho soltanto sollecitato l’approfondimento di alcune circostanze più congeniali di altre alla mia ed alla sua natura di bassaioli. ” a Pavesi, che “ha risposto pazientemente ad ogni mia domanda. ”:prefazione, p.V.

<Corsa XX Settembre: Roma-Napoli-Roma, 1905>
“.. Il percorso non era identico nei due sensi. A Napoli si scendeva per Cassino, a Roma si tornava per Terracina. Partimmo alle otto da piazza del Popolo e andammo per Colonna e Frosinone.. Sul dosso di Velletri: Modesti arranca sfiatato ed io lo lascio.
‘A’ Pavé! ’ lo sento gridare. Ma non mi volgo. L’idea di vincere mi esalta a tal punto che non m’accorgo di aver le mani rotte, i polsi slogati, gli occhi che bruciano.. Gli ultimi chilometri sono un calvario, ma delizioso: non pedalo, cavalco. La Rudge è un poney immortale.
E quella, buona Madonna, è Roma!..
C’è un’osteria, ai Cessati Spiriti: mi approntano un mastello d’acqua tiepida: mi ci tuffo sbuffando come una foca, e un dolce tepore m’invade tutto:..
‘I vestiti, i vestiti! ’, urla il rappresentante della Rudge..
‘Datemi un lenzuolo! ’, grida. Glielo portano in fretta, mi ci avvolge (ed io come fuori di me lo lascio fare), mi mette all’impiedi sulla Temperino e via, uno scaracchio, qualche sussulto, ci allontaniamo verso il centro in un subisso di battimani. Io debbo sembrare Silla giovane sul cocchio. E conquistiamo la Città Eterna.
Saliamo lo scalone dei Grandi Magazzini (Fratelli Bocconi) e la gente si ferma a guardare stranita.
‘Ha vinto, ha vinto’ urla il signor rappresentante: ‘ora lo porto a vestirsi di nuovo: ha tutto consumato nella corsa: è Pavesi, il campione della Rudge Whitworth. ’”: pp. 70-85.

<Giro di Sicilia, 1907>
“Chiusa la stagione del Nord, Vincenzo Florio fa la bella pensata di organizzare una corsa a tappe, la primissima tra noi, il Giro di Sicilia. Tappe otto, chilometri 1300..
La prima tappa da Palermo a Palermo fu già la fine per molti. Nella notte muovemmo al segnale di Florio. Ovunque buio; qualcuno con le torce sulla strada. Nel polverone, i francesi si accavallarono al primo chilometro. E volevano andarsene di acchito. Florio pretese allora di annullare la tappa e ricominciare. Niente, i francesi presero il largo, spaventati della Sicilia. Restammo noi, per le grandi promesse di premi..
Così incominciammo, e la gente di Sicilia, stupita di vederci in quell’arnese, ci domandava se fossimo soldati in manovra, se la bicicletta era un’arma nuova. Non dico poi i muli, queste proterve creature del diavolo. Uno ne ricordo che a Taormina prese furore al veder Jacopini in maglione rosso..
Un’unghia dell’animale ruppe netto il telaio: così gli altri squagliavano ed io, largamente primo degli isolati, ero costretto a piedi, ferito male per giunta..
E poi aspettammo i premi grossi, che a mano non si portavano: coppe, bronzi, trofei. Arrivarono le cassette, finalmente, e andammo in pompa magna alla stazione. Intatti i sigilli, notammo. Tutto bene. Poi Ganna alzò il primo coperchio con una leva. E gli scappò una fotta da far tremare anche i vetri.
‘Sassi dell’Etna’, sentenziò Turkheimer, che se ne intendeva. Quelli i nostri premi: solennissime pietre di costone. [episodio citato da Brera anche nell’Arcimatto, ndc].
Allora pensai che il ricordo migliore, del Giro di Sicilia, me l’aveva lasciato quel brigante. ” [un brigante a cavallo incontrato da Pavesi il giorno del ritiro, ndc]: pp. 122-127.

<Il giornalista e dal 1921 direttore della rosea Emilio Colombo (Saronno, 1884 - Milano, 1947)>
“.. E’ un giovanotto aitante e assai bello. Penso a un capitano del popolo, di quelli antichi, dei nostri primi Comuni lombardi che in calce alle ‘ordinanze’ non sentivano bisogno alcuno di apporre la firma, e se la gente non stava ai patti erano sberlottoni da levare le guance. Emilio Colombo conserverà per sempre quest’aria da comandante nato anche quando una flebite lo farà grasso e persino informe. E’ora il nostro aedo e non importa se la sua lingua è poco forbita: il ciclismo non parla ancora italiano, bensì il dialetto né bello né lungagnoso [strascicato, monotono, ndc] della Padania. ”: p. 211.