Adolfo Cotronei - ATLETI ED EROI

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Adolfo Cotronei - ATLETI ED EROI, pp. 1-302, Milano, Biblioteca de “La Gazzetta dello Sport”, 1932 - X


Prima dei sommovimenti introdottivi dal binomio ricerca scientifica / stile narrativo breriani - negli anni ’60 Brera scrive: “quando vent’anni fa sentivo deformare la critica sportiva da colleghi che non avevano il coraggio di dire la verità, mi sentivo offeso dalla loro palese ignoranza della tecnica, dalle lacune dell’informazione, dalla distorsione dei fatti. ” - la formula giornalistica della rubrica sportiva era completamente diversa: assenti lo spirito critico e le analisi tecniche, era prevalente la passionalità enfatica, con abbondanza di cronaca descrittiva e toni estetizzanti.

Come attesta il Cotronei di “Atleti ed eroi“.

[All’incontro Francia-Italia, valido per il Campionato europeo di scherma (Vienna-Ginevra, 1931), era seguita la protesta ufficiale della legazione italiana per il comportamento della giuria] “.. Fungaia di sala d’armi, che vive innaffiata dal sudore dei campioni, ci avvelena con la sua vegetale opulenza. Un fungo non può essere un giurato, neanche provvisorio; eppure, i funghi sulle pedane internazionali fanno spesso testo. Poi il fungo si affloscia, come capita ai funghi; ma rimangono le decisioni, un reclinar dell’ombrelletto: touché.
E l’odio contro gli Italiani è sportivo o settario? E’ sorto dopo le vittorie sulle pedane, dopo le glorie della vittoria [Guerra mondiale, ndc] e della rivoluzione [fascista, ndc]. La piccola nazione doveva rimaner piccola per essere amata. Ma questa Italia assume forme divine, aggiunge alla sua bellezza la sua potenza, esprime la forza da tutti i pori, ha la voluttà del rischio, del rischio latino fatto di audacia e di coscienza morale: si piega, ma per scattare e irrigidirsi come la lama buona. Perciò è detestata. Avanti! La Patria ha un’alta missione, che compirà sotto la guida del suo Capo.
Per liberare il cammino dagli insetti schermistici basterà un soffiamosche. ”: pp. 209-216.

“.. I migliori allenatori sono oggi dei proprietari, e i fantini che eccellono possono contarsi sulle dita di una mano: gli altri sono dei bravi ragazzi, senza classe definita, né stile. Basta guardare una corsa: il modo come il gruppo si ammassa alla corda, la difficoltà che ha ciascuno di cavarsi dal groviglio, la facilità che hanno tutti a rimaner chiusi nel momento dello sforzo, mostrano la mediocre abilità dei nostri fantini. Essi frustano troppo, ignorano l’andatura, s’impegnano intempestivamente; ma per compenso guadagnano cifre, assumono arie altezzose e si concedono, attraverso la licenza, una libertà licenziosa.
Giovanni Lorenzini ha rimediato a queste manchevolezze e tracotanze. Egli è il piccolo padre dei suoi uomini. E’ lo Zar. ”: p. 269.
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“Viviamo dei ricordi liceali..
Non ci è indifferente rispettare la tradizione, ma senza esserne schiavi. Noi sportivi non siamo degli archeologi. La nostra vita è azione; e il passato non può essere che uno stimolo all’azione..
La nostra razza è meravigliosamente costrutta, non dai palinsesti, dai papiri o dagli incunaboli: è costrutta da una forza procreatrice. Il suo simbolo è fallico.
La potenza della vita è espressa dalle razze; e il trionfo durevole afferma non la supremazia dell’individuo, ma il pregio di una collettività.
Ebbene, nei combattimenti come nelle gare, questa Italia contemporanea ha confermato la sua virtù e saprà eccellere quando diverrà meno retorica e pudibonda, non più coperta di clamidi e di pepli.
Bastano, per vincere, le mutandine.
Quando i nostri uomini troveranno la palestra nobile come un libro, un pugno solido come un’invettiva, una corsa agile come un periodo, una muscolatura armoniosa come un canto, saremo emuli anche degli Americani nello sport. ”: pp. 275-279.

“E se chiudessi non con un atleta ma con uno scrittore? [Marco Ramperti, ndc].. Ormai, lo conosco. Egli singolarmente predilige la gente semplice e le cose semplici, ma tutte possenti vigorose e leali, pur volendo ostentare la raffinatezza di un parnassiano. E’ arguto ed acuto, anche quando sembra pungente e scontroso. Quel che non sa, intuisce; e ha quasi divinato che cosa valga la razza nella maschia potenza dei suoi legionari sportivi.
Fu dei nostri perché l’infastidivano i suoi, giocolieri di penna e di palcoscenico, lavoratori a serie come noi e di noi forse meno generosi e meno audaci. Anche l’orgoglio lo trasse nel nostro campo, ora che lo sport è vita delle nazioni, e la civiltà ha accolto nel suo grembo l’atleta e ha finalmente spalancato le porte al giornalista sportivo..
Egli ha varcato la nostra soglia con incedere franco; ed accogliendolo noi come ornatissimo esegeta e dilettissimo camerata, si è indugiato nella casa ospitale; ed è ormai dei nostri, è un intimo. ”: pp. 293-297.

E ciò, anche là, dove [Giochi Olimpici Invernali di Saint Moritz del 1928, ndc], fortuitamente, di portato scientifico si può parlare (segnalato da Gian Paolo Ormezzano nel capitolo Saghe e sagre bianche per il Museo di Scandinavia, in: “Storie fiabesche di neve e di ghiaccio dei Giochi Olimpici Invernali”, Torino, Allemandi, 2006, pp. 40-45): il gap coevo tra la scuola mediterraneo-latina e lo sci nordico nelle gare di fondo, biathlon e salto.

“St. Moritz, Olimpiade invernale!..
Io non sento e non intendo questa giostra, che è forse sublime. Non ho più la proporzione delle cose e la nozione degli avvenimenti, e non ammiro la superiorità degli avversari, perché tutto mi sembra eguale, grandioso e mostruoso insieme, come il paesaggio.
Intravedo degli uomini scivolare, flettersi, ergersi; e mi sembra che una rapidità meccanica governi i corpi..
Ma so la mia inferiorità attuale. In questo flettersi ed ergersi e correre e sparire è uno stile incomparabile ignoto al cittadino. Questo linguaggio meditato sorge dall’abitudine al silenzio [della natura, in quota, ndc]. Tutte le ansie sembrano frigide nello spazio; ma tutte sono generate da una fatica, da una disciplina e da una preparazione. E’ il trionfo nordico, che la nostra ragione intuisce, che i fatti confermano; ma che l’anima non afferra..
Bisogna lottare. Non vinceremo forse. Bisogna lottare, mostrare bisogna il nostro coraggio a questi stranieri più esperti per antica consuetudine, per affermata tradizione..
Non siamo i primi, ma ci siamo battuti per essere tra i primi, superando nazioni che erano più armate per questi ludi. L’applauso ci ha detto anche la meraviglia: l’Italia pur sempre sorprende. ”: pp. 137-141.