GIANNI BRERA, Il principe della zolla

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GIANNI BRERA, Il principe della zolla, Scritti scelti da Gianni Mura, Il Saggiatore editore, 1994, pp.367. Fuori catalogo


E' l'antologia di scritti breriani curata nel 1994 da Gianni Mura.

'Nel nome del Po' è tratto da: Gianni Brera-Pepi Merisio, "Po", Dalmine, 1973; 'Lo spezzatino di Lisander', 'Angioletto in gabbia', 'Una carpa da sedici chili', 'Gaul sul Vesuvio', 'Rassapiave' e 'Sangavineddu' da: Gianni Brera, "Incontri e invettive", Longanesi 1974; 'Il re storione', 'Consolini', 'Furtunà', 'I capponi in grasso', 'Oloferne', 'Cappelletti', 'Mondine', 'Dolcechiaré Pelé', 'La fatica del calcio', 'Messico' e 'Mio padre Sioux' da: Gianni Brera, "L'Arcimatto 1960-'66", Baldini&Castoldi, 1993 e da: "La bocca del leone, L'Arcimatto II 1967-'73", Baldini&Castoldi, 1995; 'Il vino che sorride' da: Gianni Brera - Enzo Pifferi, "La strada dei vini in Lombardia", Pifferi, 1986; 'Italia-Egitto 1954', 'Irlanda-Italia 1958', 'Jugoslavia-Italia 1957' e 'Italia-Germania 1970' da: Gianni Brera, "Forza Azzurri", Mondadori 1978; 'Fiorentina-Inter 1956' da: Gianni Brera, "63 partite da salvare", Mondadori 1978; 'Seniga' e 'Gagarin' si rifanno alle simpatie politiche tra PSI e PSIUP in comune tra Brera e Mura; i bellissimi: 'Eberardo Pavesi', 'Giro di Lombardia', 'La grande crono', 'Ganna' e 'Coppi al paese' da: Gianni Brera, "Addio bicicletta!", Baldini&Castoldi 1997, tranne l'ultimo che lo è da: Gianni Brera, "Coppi e il diavolo", Baldini&Castoldi 1996.

Dalla prefazione: "..Nel caso di Brera, so che i suoi scritti dureranno ma mi pareva, in qualche modo, arbitrario stabilire che cosa proporre e che cosa no. E, ancora, scegliere con la testa o col cuore?: p.5..Posso ammetterlo solo alla fine: ho scelto col cuore: p.8".

Sarebbe forse stato preferibile l'opposto.

<MESSICO> "..Studiavo anatomia fra coccige e scapole di ragazzole come me denutrite nei padri. Assidui calli battevano la terra. Il vecchio Po dormicchiava nell'afa. I boschi di canadesi parevano poliziotti scemi. Ah dove son finito, a bracciate lunghe, muovendo ancora e sempre i piedi come grandi pennelli d'imbianchino. Dal decimo piano plein air guardo Città di Messico. Sta fra Melbourne e Corleone. Una nube di spurghi motoristici aleggia sulle vie che mi rifiuto di vedere. Non recepisco il Messico, non voglio. Così feci in Giappone, soddisfattissimo di lasciarlo con macchine e binocoli meravigliosi, che poi m'avrebbero rubato. Ho un solo rimorso, condiviso da un mio amico e collega chiamato il Serpente. Ogni giorno al ristorante della stampa si perpetrava ikebana fingendo nulla. Una giapponese d'orrenda dolcezza istruiva allieve nell'arte d'intinger fiori (mo seh) nella sabbia quarzosa d'un riquadro. Kokorekè nikè, neh? Ciocciorekè minè mah. Nennenne, correggeva la maestra. Nietteciokò minà rukkè, bensè quesquè klè pu bell, neh. E al fiore secco da campanula vetrata aggiungeva la mimosa, la querquedula la blastula la morula e so mare japanica. Il Serpente e io guatavamo biechi per invidia e dispetto. Entrambi viziati da rurale Bassa, decidemmo di concimare il riquadro quarzoso con escrementi improvvisati e possibilmente non solidi..Non se ne fece nulla, soprattutto per aver la certezza di scampare. Qui Mexico City..Qui scesero i padri aztechi dallo stretto di Bering -m'ha detto Carlos, il choffer-. Li guidava Meh Scik o come si scrive (così suona). I padri aztechi avevano la faccia dei mongoli. Incontrarono un vecchio bianco per antico pelo: loro erano sbarbati del tutto e si stupirono. Il vecchio barbado aveva gli occhi azzurri, era un vichingo dei molti che hanno tentato di toglier gloria a Cristobal. Dove membro ci consigli d'andare? gli domandarono i seguaci di Meh Scik. Andate in giù, consigliò il viejo barbado con ojos azules: quando e dove vedrete un'aquila divorar un serpente, là vi fermerete. Proseguirono gli aztechi e dopo qualcosa come cento anni, giunsero in riva a un lago che estaba aqui' y ahorita no hay nunca màs. Videro l'aquila mangiar il serpente (cioè una biscia acquaiola: e sicuramente l'aquila era una volgare poiana, di quelle che m'insidiano i paperetti sul lago). Subito costruirono un tempio a forma di piramide: ecco perchè quel vichingo ha tentato la strada del papiro, dal Cairo fin chissà dove, ma credo proprio qua [Oggi si considera certo che i Vichingi giunsero, oltre che in nordafrica (Egitto etc.), anche in Groenlandia e a Terranova, N.d.c.]. Sulle are del tempio sgozzarono subito congruo numero di fanciulli e fanciulle. Poi prosciugarono il lago e si diedero a piantar pellagra per tutti, compreso tuo bisnonno, povero Gioann. La pellagra si chiamava mahis e si sarebbe chiamata polenta, quasi sempre senza osèi. Da qui il simbolo del Messico uno y libre: la poiana e la biscia acquaiola. Ciascuno poppa dall'animale che mas le gusta. I romani hanno allattato i gemelli di Rea con una lupa rognosa..E tu, Visconti, che animale sceglierai per la Lombardia, quando sarai eletto duca? Guarda mo' caso: il biscione che, non potendo magnare l'aquila, magna il bambino. Tutti i capitelli dei nostri padri son zeppi d'animalacci mostruosi che magnano magnano magnano. L'eterno sogno. I nostri padri modellavano la pietra -sa laùra di stell aj stell [si lavora dalle stelle alle stelle, N.d.c.]- e la notte sognavano di modellar cibi con denti aguzzi come le loro martelline. Crebbero cattedrali, o sacrament d'on Carlos azteco, non piramidi, da far metter in mare un etnologo vichingo e bullo con barca di papiro. Senti la puzza che vien su da questa ikebana di precario intonaco vetro ferro gazolina..Ricorre l'intenzion del Serpente, rientrata laggiù per paura. Sporgermi un poco senza capogiri (ma la testa vorrei tenerla dentro). Poi, leggervi il futuro, secondo noti vizi aruspicini. Scrivo invece. Sdipàno. Gli azzurri lavorano al tombolo musi di tinca impazienti [hanno reazioni di tipo uterino, N.d.c]. Coraggio, ragazzi, sussurra Valcareggi da dietro la siepe rameica delle sopracciglia. Bearzot e Vicini han preso note di ferro, facendo scompisciare Rocco dal mento a prora. Il tale batte a questo modo. Il tale altro...La mona de tu sorela. Varda mo' dove semo finiti. Cos'hai detto a Rivera? [Rivera, a Toluca posposto a Mazzola, aveva fatto le valige: Rocco lo quetò con la frase: 'Se ti te parti te rovini', N.d.c.]. Ciò Gioann: te g'ho dito tuto, va ben? Dighelo al paron. [Valcareggi, N.d.c.]: pp.303-306.