GIANNI BRERA, L'Arcimatto 1960-1966

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GIANNI BRERA, L'Arcimatto 1960-1966, a cura di Andrea Maietti, Baldini & Castoldi editore,1993, pp.402


Affrancato dal bagaglio archivistico ("Storia critica del calcio italiano") o dall'imprinting storiografico ("Storie dei Lombardi"), l'elzeviro settimanale per "Il Guerin Sportivo", dalla cui raccolta è costituito il volume, s'esalta in pratica nella componente stilistica.

"Dunque andiamo a Lisbona. Spira vento da sud-ovest e io domando ai portoghesi: 'Par piasé, cal vent chì sarà mia sciròk?' 'Nao, che nao l'è scirok, mi rispondono, perchè 'l scirok u ven d' l'Afriché' 'Ben, gli dico, quest chì l'è ancor pegg dal sciròk parchè 'l porta la spussa ch' ho sentì a Giacarta gnand indré d' l'Australia; ch'la spussa d'romantich e d'muffa che Pier Loti l'disia ch'l'era 'l profum di tròpich, e chissà parché s'at taca la majetta e t vorisset faà la doccia tutt i moment' 'Nao, nao, ch'l'è nao scirok' insistevano i portoghesi, e qualche volta erano originari di Reggio Emilia, qualche altra volta delle parti del povero Coppi. Parlando pavese schietto andavo benissimo, così ho comprato le 'Lusiadi' in edizione di lusso e la regalo al mio amico Nico Banderali, che sicuramente non ha mai immaginato di poter legger Camoens in lingua" [p.117]; "...Penso piuttosto a Wagner difficilissimo da tradurre per i suoi dannati versi adattati alla musica del treno merci in partenza per il cielo" [p.267].

(A p.313 del vol. 5-6 della rivista 'De Nomine', edita dall'Istituto di Filologia dell'Università di Roma, in una nota, U. Eco, a proposito degli stilemi di Brera, aveva parlato di un 'gaddismo spiegato al popolo': qui, alle pp.218-223, Brera confuta tale giudizio).

I capitoli concernono, nell'ordine: calcio, ciclismo e atletica; una resipiscenza per la pallacanestro ("Perdo l'ennesima occasione per dichiarare d'essermi finalmente ricreduto sulla pallacanestro. Non è un gioco preatletico che ripete all'infinito la stessa mossa, il gioco in sè non sconfina nel jongleurismo. Effettivamente ho sentito batter forte il cuore quando un gigante di uno ha ripreso il rimbalzo provocato di trucco e ha pareggiato il conto coi francesi. Tanto più m'ha esaltato la prodezza in quanto l'ha ideata un piccoletto, quel Paratore che non arriva -come me- al metro e settanta" [p.155]); e qualche accenno a pugilato, scherma e rugby.

Tre ritratti su tutti. Sivori: "...Corre alzando le ginocchia e tenendole in breve sospensione, al momento della spinta, con la ritmica alternanza d'un cavallino mongolo. Il piede portato sembra reggere per miracolosa aderenza una ciabatta d'oro: ad ogni istante penseresti che la debba perdere. Niente...[p.52]"; Gipo Viani: "...Riassumendo qui la tua vita, non la letteratura mi aiuta, ma la storia del nostro popolo matto. La tua possa è di Braccio da Montone, meglio, di Muzio Attendolo Sforza, del quale forse ripeti il fascino umano. Tu pure hai lanciato le tue scarpe a bulloni sull'alta rovere e vi sono rimaste impigliate. Così hai scelto un giorno la tua strada..."[p.110]; Pelé: "...Mettete tutti gli assi che conoscete in negativo, poneteli uno sull'altro: stampate: esce una faccia nera, non cafra: un par di cosce ipertrofiche e un tronco nel quale stanno due polmoni e un cuore perfetti: Pelé. Ma ce ne vogliono molti, di assi che conoscete, per fare quel mostro di coordinazione, velocità, potenza, ritmo, sincronismo, scioltezza e precisione" [p.119].

Si estrapolano pillole di saggezza: "...Chi non ha giocato non può sapere come logori il calcio. Non è che giocare significhi soltanto correre. Due punizioni battute a tutta gamba stancano come portar un sacco di grano in solaio. Un buon arresto in corsa esige tensione nervosa come e più che eseguir una divisione a due cifre. Poi c'è il dribbling, la carica, lo scatto relativo, la corsa lunga, il piazzamento non rilevato dal compagno, al quale tuttavia hai chiesto il triangolo. Insomma, una partita impegnata stanca come un 5000 in 14'30"..."[p.62]; "...Il ciclismo è bello e vario. Ciascun 'tipo morfologico e razziale' vince le sue. I belgi non se la sfangano nelle corse a tappe: vanno troppo forte, si sfiancano. Noi italiani sappiamo reggere alla fatica lenta e continua: ci nutriamo di carboidrati; loro, di proteine e grassi. Arrugginiscono penosamente; e noi li battiamo. Insomma, noi siamo i llama o i cammelli, loro i cavalli. Da Cufra a Siwi, i cavalli crepano, i cammelli arrivano. Noi, o lenti cursori per le lunghe distanze, o scattisti violenti. Non havvi una via di mezzo...Ambrosini vorrebbe scattassero i llama e i cammelli. Illusione. O vanno da Cufra a Siwi o scattano per pochi metri..."[p.262]. "Discuto il tuo attacco, Mondì [Fabbri], e lo definisco abatinesco e perfino onanista. Il loro calcio è 'masturbatio pedatoria'. Titich e titoch: forcing portato; tocchetti, ammassamenti e gli avversari a rispondere lungo; e i sovietici [Roma, 10.11.'63, Italia-Urss 1-1, Italia estromessa dalla Coppa Europa delle Nazioni], meno bamba degli austriaci, a rete in piena gloria..."[p.264].

E c'è una poesia (a dire di Brera, un epinicio pindarico), per il primo scudetto ('62-'63, al terzo tentativo) dell'Inter di Helenio Herrera: "...E tu arbitro vestito di nero/ Caron dimonio/ corna da cerchio secondo/ annulla la bieca violenza/ di chi vuol profanare mia madre [la porta interista]/ favorisci la giusta violenza/ dei nostri che debbono vendicare/ il semplice tentativo ostile/ occhio per occhio/ parastinco per parastinco./ Siano pensanti in panchina/ perfino i glutei / del ricco pastore berbero/ diplomato a Saint-Cyr/ [Helenio Herrera] lo terrorizzi il pericolo/ d'incappare nell'ira nostra/ e dell'Angelo [Moratti] che vola/ a miliardi d'ottani/ Inter mistero senza fine bello/...": pp.186-187.