Vittorio Varale, I VITTORIOSI

Stampa PDF

Vittorio Varale, I VITTORIOSI - Eventi e personaggi visti e descritti in mezzo secolo di giornalismo sportivo, prefazione di Gianni Brera (pp.9-14), trentadue illustrazioni fuori testo, sette illustrazioni nel testo, Milano, Longanesi, 1969, pp.248

Ginnasti e atleti, ciclisti e scalatori, aviatori e duellanti, non calciatori.           
Tranne:  XXIX A “Zizì” non sono rimaste che le galline.

L’altro ieri in redazione si parlava di quanto avevano fatto di bello gli attaccanti dell’Inter contro la Juventus, e nel discorso mi venne fatto di chiedere a Vittorio Pozzo, che da quasi mezzo secolo è dentro nel football fino al collo, se questi Lorenzi 1950 valessero quell’altro attaccante in maglia nerazzurra che conoscemmo e ammirammo tanti anni fa. Il mio amico alzò le braccia al cielo. “Cevenini III?” disse. “E’ stato il più grande ‘avanti’ che l’Italia abbia mai avuto.”

Allora decisi di ricercare e rivedere il più grande calciatore del nostro paese, venendo qui a Como dove m’era stato detto che s’era trasferito da anni, da quando prima della guerra era venuto a far l’allenatore della squadra locale. Le ricerche non son state facili, ma con la pazienza che non m’è mai mancata son arrivato a un paesino sulla strada di Varese, dove le balze e i dossi della pittoresca plaga son costellati di preziose ville signorili, di quelle che a suonar il campanello si presenta il valletto con la giacca di rigatino.

Questo invece che venne ad aprire il cancelletto di legno del breve orto oltre il quale si vedeva una casetta di poche stanze, era il proprietario in persona, seguito da un codazzo di galline bianche che gli starnazzavano tra i piedi; era proprio Cevenini III, e vestito così alla buona che davvero dovevo averlo distolto da non so quale mestiere nell’orto o nella stalla.

“Che cosa faccio?” risponde, “Sònt disoccupàa…Non ho lavoro.”

Quasi non mi lascia parlare. Il pallino l’ha preso in pugno lui, e non lo molla, una parola dietro l’altra fitte fitte, e sempre in dialetto, conduce il discorso senza una linea precisa, con improvvise deviazioni e ritorni che sembra la palla quando gli riusciva di prenderla a un avversario e con essa se ne filava verso la rete con una successione di finte e di zig-zag che nessuno poteva fermarlo, e le tribune quasi crollavano per gli applausi. Gli ricordo che l’avevo visto giocare fin dai tempi che era al Milan, e il campo dei rossoneri era dalle parti di Manforte, in via Bronzetti.

...”Chissà quanto le diedero…” provo a dire.

“Gnanca an ghell!” è la fulminea risposta. Neanche un soldo! Allora non s’usavano le liste di trasferimento e i premi d’ingaggio. Soltanto dopo l’altra guerra, e aveva già rivestito più volte la maglia azzurra, la sua presenza all’Inter gli rendeva cinquecento lire al mese.

Fu il suo periodo di gloria, il lungo periodo che Zizì, come lo chiamava ormai la folla, impersonò il valore ormai affermato del calcio italiano, tanto indissolubilmente egli era il principale artefice delle vittorie della squadra azzurra su tutti i campi europei. Fu trentadue volte in nazionale, e la prima a Torino nel 1915 contro la Svizzera. Nella nostra città ritornò, per abitarvi, allorché la Juventus lo volle con sé. Correva la stagione 1927-28.

“Con questi occhi ho visto l’assegno delle quarantamila lire che diedero all’Inter…” e s’interrompe, guardandomi fisso. Poi prorompe, puntandomi l’indice sul petto: “G’han dàa  on quaicoss a lu?” E al mio timido diniego, che no, che io non presi neanche una lira, conclude soddisfatto: “Gnanca a mi”.

…Adesso tira avanti col pochissimo che gli rende questo pezzo di terra di neanche mezzo ettaro, coltivato a frutteto, e vendendo le uova delle cinquanta galline New Hampshire che vi passeggiano pettorute.

…Penso ai pochi soldi che gli davano, ed era già la colonna dell’Inter: cinquecento lire, poi mille alla Novese del ‘sire’Ferretti intorno al 1930. Quanto fanno, rapportate al potere d’acquisto attuale della lira? Fanno una miseria, ecco, metà della metà rispetto alle cifre iperboliche con le quali vengon compensate le fatiche (e i capricci) dei divi odierni.

…Al momento del commiato sono un po’ triste. Anche Zizì tace, mentre m’accompagna al cancello. Ma questo s’è appena chiuso che una voce mi chiama.

“Mette su qualcosa sul giornale?” mi chiede. “E alora ch’el scriva che l’ha vist el Cevenini III a boleta sparada, e che ‘l gà bisogn d’un impiego.” E dopo un momento, la sua voce riprende un tono più basso, come se qualcosa in gola le impedisse d’uscire: “Qualunque lavoro, anche da fattorino”: pp.194-197

 

 

 

Vedi fotografie