Osvaldo Soriano, L’ORA SENZ’OMBRA

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Osvaldo Soriano, L’ORA SENZ’OMBRA, traduzione di Glauco Felici, [La hora sin sombra @ 1995 Osvaldo Soriano], Einaudi, 2001, pp.220

L’aggirarsi per la provincia argentina, a bordo d’una vecchia Torino assemblatagli dal padre, di Soriano, che dovrebbe scrivere una “Guida delle passioni locali”, mentre il progetto si trasforma in un romanzo della memoria, che, nel presente, vede protagonisti i personaggi di fantasia incontrati in viaggio (il predicatore Noriega, inseguito dal Servizio Recupero Crediti; il dottor Destouches, che cura i ‘rumori’ nell’orecchio di Soriano con le piantine; il solitario occupante l’isola della distrutta ‘città di vetro’ - su progetto del padre dello scrittore - che ha sepolto la fidanzata pure in una tomba  trasparente; l’attore Lucas Rosenthal, che recita Sofocle nel mezzo dell’incendio che ha inavvertitamente causato; Walter, che, in compagnia d’un cane, ha fatto d’un tombino senza coperchio nel porto il suo habitat e la base per la ricerca del tesoro seppellito da un sottomarino tedesco; Esteban Carballo, collezionista delle sorprese Kinder) è una metafora dei problemi che nascono nello scrivere, delle difficoltà e delle soluzioni per poterle superare.  

Al tramontare del secolo XX°, l’io narrante del romanzo, non più protagonista assoluto, è sentito au pair coi portati della sua immaginazione: “..Lucas era in mezzo a un gruppo di ragazzi che si facevano delle canne e ascoltavano Sting che stava raccontando una favola..Poi da qualche parte sono saltate fuori due ragazze con una gigantesca torta di compleanno..Alcuni si sono messi ad accendere candeline [che altri ragazzi spengono alla fine, ndc]..Il ragazzo rapato stava proprio sotto la roccia su cui m’ero sistemato e si muoveva come se seguisse un ritmo lontano..Mi dico che dev’essere una forma di felicità: accendere grandi fuochi e spegnere candele; lasciarsi invadere da rumori tranquillizzanti; scacciare la ferocia dei ricordi”: pp.123-127.

Dal padroneggiare la “ferocia dei ricordi”: “..Mi sono convinto anche dell’inutilità di raccontare tutto, di esaurire un argomento. Un romanzo è come una tempesta nell’oceano, passa e non lascia traccia”: p.162; e dal “credere nella grazia delle parole”(p.178): “..Per qualche strano motivo certe parole, PER QUANTO POSSANO SEMBRARE SEMPLICI, si dispongono in un determinato modo soltanto una volta”: p.97, discende lo scrivere “con pazienza e con freddezza, come se si fosse trattato del romanzo d’un altro in cui io entravo dalla finestra come un ladro. A volte è così, come metter il piede nell’orma di Armstrong sulla luna o calpestare i fiori del campo mentre Van Gogh li sta dipingendo”: p.64, che è la “tenera semplicità” di Soriano