Osvaldo Soriano, UN’OMBRA BEN PRESTO SARAI

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Osvaldo Soriano, UN’OMBRA BEN PRESTO SARAI, Traduzione di Glauco Felici, Einaudi, 1991 [Una sombra ya pronto seras, @ 1990, Osvaldo Soriano], pp.222

Il classico Soriano, frugale, scarno e senza trucco: “..Barrante mi fece sorridere. - Dice questo per via delle lacrime? - dissi. - E’ che ho una sporcizia nell’occhio. - Veramente? - mi stava ancora studiando.- Vuole  che dia un’occhiata? - La ringrazio.. - Vediamo, metta la testa sul cuscino. Lo lasciai fare perché l’occhio mi bruciava come se vi fosse attaccata una brace ardente..Il suo alito era amaro e i denti coperti da una patina gialla. Tutto ciò che aveva era a pezzi e il distintivo di Peron stava per cadergli dal risvolto. -Lo vedo,- mi disse. - Me ne intendo di queste cose, stia tranquillo. Mi venne voglia di domandargli quale brillantina usasse ma non volevo interrompere il suo lavoro”: p.98; “..Maldonado arrivò proprio poco prima della cena..Cercai di parlare il meno possibile e mi concentrai su come si comportavano a tavola. Il più attento era un capitano di vascello o di corvetta che aveva una certa esperienza nell’uso delle posate e fu quello che tagliò più sottile la buccia del melone. Gli altri davano giù come potevano e alcuni addirittura mettevano il prosciutto sul pane. Alicia era inquieta e toccò appena il piatto.”:  

Girano in una Pampa priva di segni d’orientamento come in un labirinto senza via d’uscita un esperto d’informatica che, rientrato dall’Europa, non riconosce più il suo paese, in quanto una generazione è fuggita o è stata eliminata dai militari e i rimasti tirano avanti come automi; Coluccini, un acrobata di 120 chili che ha dovuto vendere il circo, prima d’esser abbandonato da socio, moglie e figli; Lem, un banchiere respinto dall’amata e che è in cerca della formula algebrica per sbancare il Casino; Barrante, che ha indosso una doccia portatile per fare il bagno ai contadini; Boris e Rita, due giovani diretti a Cleveland che non riescono a trovare la Panamericana; Nadia, una cartomante con revolver diretta in Brasile; un generale con stellette di latta o fatte a biro alla guida d’un’armata immaginaria. Alcuni di loro, quando giocano a carte, perdute le illusioni, si giocano i Ricordi.

Come è per “L’ora senz’ombra”, un viaggio dentro un’Argentina sonnecchiante e caotica (l’omicidio di Barrante non è motivo sufficiente a richiamare sul posto gendarme o magistrato di sorta) e un viaggio dentro l’anima di chi, ad onta di tutto, cerca il senso della vita nelle cose più semplici.

Mentre una pagina è puro Chagall trasposto in letteratura: "..Chiamai Coluccini che insisteva con la bicicletta e scesi scivolando lungo il terrapieno. Una moffetta fuggì tra le piante e lasciò un odore tale che mi costrinse a scappare con il fazzoletto sul naso. Uno stormo di tordi volò via al di sopra della stazione e sentii il grido di una civetta allarmata. Vidi alcuni topi scappare lungo i binari ma ormai l’odore di orina era dovunque nell’aria. Arrivai correndo a un pantano, mi stesi a terra e strappai dei fiori per aspirarne il profumo. Da lì sentii le risate di Coluccini e mi voltai a guardarlo. Stava sul tetto del municipio sopra la bicicletta e mi fece segno finchè non fu sicuro che lo stessi guardando. Era imponente e ridicolo lassù a torso nudo e con uno straccio legato al collo come se fosse un mantello. Salutò la folla immaginaria, aprì le braccia e si lanciò come un pipis trello disorientato dal sole..

Sembrava che galleggiasse in aria, rannicchiato tra le circonferenze nere dei cerchioni impazziti. Tutto si svolgeva in silenzio, sotto schiere di nuvole tranquille, con uno schietto sole di mezzogiorno. Lo persi di vista all’angolo, quando passò sopra la Gordini ma riapparve subito su alcuni cipressi e volò lasciando la sua ombra sopra il tetto della stazione. Sembrò che dovesse fermarsi lì ma si mise su una linea retta e andò a fare un giro verso il campanile della chiesa. Uccelli rapaci gli giravano intorno e mi alzai in piedi per vederlo prendere una curva verso la fine del paese. Sfruttava tutti i fili da palo a palo e rannicchiato com’era rimaneva sospeso in aria simile a un aquilone..Fece una lunga planata, venti metri sopra la mia testa, proiettando ombra sui pascoli e dopo aver tentato una capriola atterrò in un campo d’avena, proprio accanto al mulino..Girai il capo verso i tetti del paese e sentii che tutti i fili tremavano ancora..Raccolsi un altro fiore per profumare il fazzoletto e corsi in direzione del mulino.”: pp.133-135