Indro Montanelli, GENTE QUALUNQUE

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Indro Montanelli, GENTE QUALUNQUE, Premessa, p.7 e sg., di I.M., Milano, Rizzoli, 1966, pp.1-659


In  questo volume sono riuniti due brevi romanzi, Giorno di festa e Qui non riposano, oltre un certo numero di racconti più brevi, alcuni dei quali facevano parte di altri due piccoli volumi, Gente qualunque e Andata e ritorno, e altri che sono apparsi sparpagliatamente su riviste e giornali..

Fino al '43, sono prose di 'evasione' o di coperta fronda al fascismo, fughe nel tempo e nello spazio. Poi, reazioni ai vari conformismi che si sono rincorsi nel nostro Paese e nel mondo; e ritratti di persone, conosciute o appena intraviste che, senza rivestire particolare importanza (queste ultime sono riunite nella galleria degli Incontri), ne ebbero qualcuna ai miei occhi  per ciò che mi lasciarono capire o intuire di se stesse.: Premessa, p.7.


pp..9-120  GIORNO DI FESTA


Scritto a Tallin (Estonia) nel 1937-1938 e dedicato a Ugo Ojetti.

Protagonista è una vecchia signora, rigida e fuori dal tempo, proprietaria d'una tenuta in Toscana, in occasione della ricorrenza dell'annuale festa in ricordo dell'inaugurazione della luce elettrica in villa, la vigilia del fallimento, unitamente al figlio Franco e al nipote Claudio, per debiti.

"..La sala apparve, tutta ad arazzi rossi, col suo grande piano rialzato per due gradini proprio come un palcoscenico. E su quel palcoscenico la Signora e Franco sonavano a quattro mani una rapsodia di Liszt..

Il Colonnello, il Dottore, il Foglianti e il Cavallini si guardarono e forse non capirono. O non ebbero voglia di pensare.

Capì Claudio, invece; capì che quello era l'addio di Le Vedute e d'improvviso qualcosa gli rovinò dentro e vide sua nonna e suo padre come non li aveva mai visti prima e allora ebbe voglia di gridare.".


pp.121-251 e pp.371-656  GENTE QUALUNQUE


p.121  Jutta (1938)

p.129  Gente di lassù (1938)

p.125  Luke Prela (1939)

p.142  La guardia di Samarina (1939)

p.149  Teste Nere (1939)

p.154  La ragazza di Soncillo (1939)

p.160  Indro (1939)

p.168  Gli amici di Sandrino (1939)

p.173  Nonna Eduige della povertà (1939)

p.177  La Tarnowska (1939)

p.182  I parenti (1939)

p.188  L'Opera all'Arena (1939)

p.195  La signorina Laura (1939)

p.201  La morte (1939)

p.206  Il Napoleone di Jena (1939)

p.212  Trikka e Paavo (1940)

p.218  Juhani (1940)

p.224  Zona di operazioni (1940)

p.232  D.B. (1940)

p.238  Il Cavaliere allo stadio (1941)

p.246  Ritorno a casa (1941)

p.371  "Mordknoff" (1945)

p.377  Criminale di guerra (1945)

p.382  Conversioni (1945)

p.388  Il "salotto bono" di Le Vedute (1945)

p.394  Pace a Furore (1945)

p.402  Meline

p.409  Norimberga (1947)

p.414  Una pelliccia per Gretchen (1947)

p.420  Filantropo e canarini (1948)

p.425  Le gioie della famiglia (1950)

p.432  Sul diretto per Parigi (1950)

p.440  L'onore (1950)

p.447  Psicanalisi (1951)

p.454  Morte d'un travet (1951)

p.460  Frontier Mail (1952)

p.468  Una cartolina al Cavaliere (1952)

p.476  Faccetta Nera (1953)

p.483  Quelli del '36 (1952)

p.490  Il Monte di Contecristo a Brooklin (1953)

p.498  Una capra per Princeton (1953)

p.504  Cosmonauti (1953)

p.511  Gli ultimi pionieri (1953)

p.519  "Bird-watchers" (1953)

p.526  Storia di una "Short-story" (1953)

p.540  Fratelli d'America (1953)

p.548  Sul Partenone (1954)

p.555  Pane, candele e fantasia (1954)

p.562  Boy-scout nazionale (1955)

p.569  Il sari (1955)

p.577  Chiarificazioni all'italiana (1955)

p.584  Miliardi e lacrime (1956)

p.589  Un posto all'ombra (1957)

p.596  Exodus (1957)

p.602  Lotti e Pasqualino (1958)

p.609  I "duini" del 4 Novembre (1958)

p.615  I Claudi (1959)

p.621  "La Nazione" (1959)

p.632  Diario cosmico (1962)

p.638  I Silvestroni (1962)

p.644  Toscani di sinistra (1962)

p.650  Il rondone (1963)


<"Bird-watchers">

"L'altra mattina, fra il lusco e il brusco, me ne son andato, come mi capita di fare quasi ogni giorno, a Central Park, il giardino pubblico che divide Nuova York nei suoi east e west sides.

E' una distesa di vaste dimensioni che, fra viali d'asfalto, uno zoo, un campo di pattinaggio e piccoli monumenti dedicati ai grandi personaggi della storia americana, racchiude prati, laghetti e bosco abbandonati alle proprie inclinazioni naturali che in questo paese sono arruffate, selvatiche e ostili. Da noi la natura è addomesticata e benigna. Ogni tanto prende la sua rivincita in terremoti e alluvioni; ma nell'ordinaria quotidiana amministrazione segue la disciplina che l'uomo le ha imposto, ora carezzandola, ora scapaccionandola, con l'aratro, con le forbici, con la falce secondo il codice affettuoso e paterno dettato da un'economia che per tanti secoli fu quasi esclusivamente rurale..

Qui invece, perfino nel centro della città, la natura serba questa sua caratteristica di giungla: ad avvicinarsi a un albero ci si punge; i fiori spuntano tra le foglie d'ortiche, e quelli più belli, di cui ancora non ho imparato il nome, provocano addirittura piaghe che poi, dalle mani, posson contagiarsi al viso e a tutto il resto del corpo. Dappertutto è una vegetazione che cresce accigliata, prepotente e dirompente, impegnando l'uomo in una continua difensiva per impedirle d'entrargli in casa traverso la porta e le finestre.

Ma gli americani ci si rigirano con voluttà, e in Central Park ci vengono a frotte, come in pellegrinaggio, armati di binocoli, matite e taccuino ['to watch'': per 'sorprendere' gli uccelli di passo, ndc.]".


<Fratelli d'America>

"Sulla porta d'ingresso c'era una lavagna su cui stava scritto: 'Dio, dammi la forza d'accettare le cose che non posso cambiare, di cambiar quelle che posso, e di capir la differenza fra queste e quelle'..

Alle quattro precise tutti i posti erano occupati, e la porta di fondo si chiuse. Il signore ch'era salito sullo zoccolo, sulla quarantina, correttamente vestito, con occhiali batté un martelletto sul tavolo, e il brusio delle conversazioni si spense.

'Bene, fratelli' cominciò. 'Eccoci qui per la terza riunione dacché il 1953 è cominciato. C'è qualcuno che viene tra noi per la prima volta? Se c'è, alzi la mano!'..

Edmund mi diede una leggera gomitata, m'alzai, salii sullo zoccolo, strinsi la mano al presidente e dissi:

'Grazie, fratelli, d'avermi accolto. Il mio nome è Indro Montanelli, ma debbo dirvi che non sono un alcoolizzato, anzi sono quasi del tutto astemio. Sono un giornalista italiano che voleva soltanto vedere come si svolgono queste riunioni dell'Anonima Alcoolizzati. Spero che non mi caccerete via per questo'.

il presidente rispose: 'Le nostre riunioni sono aperte a tutti, e non abbiamo nulla da nascondere. Solo vi preghiamo di non far nomi, se scrivete qualcosa. Nessuno ama vedersi rammentato sul giornale come ubriacone. E non siamo tutti ubriaconi, qui dentro'.

Dissi: 'Prometto di non far nomi'.

Tutti applaudirono. Vidi che mi credevano. E tornai al mio posto.".

pp.253-369  QUI NON RIPOSANO

I. Due croci

II. Testamento di Edoardo Candura - Tirò a campare

III. Testamento di Antonio Bianchi - Disse male di Garibaldi


Prima d'evadere, nel '44, dal carcere di S.Vittore a Milano (dietro compenso pecuniario, pare fornito dai Crespi, proprietari del "Corriere"), Montanelli riceve in consegna, da un parroco, prigioniero politico come lui, due testamenti, "rinvenuti nei sacchi d'ognuno di loro", di due vittime della guerra civile. Edmondo dei baroni Candura e Antonio Bianchi.

Il primo, che, al tempo delle leggi razziali, aveva riscattato il palazzo avito, avendo falsamente attestato in sede giudiziaria, lui ariano, la propria paternità naturale di Fofi Nissim, figlio di Ezechiele Nissim (l'acquirente del palazzo) e Rebecca Levi in Nissim, caduto per mano d'ignoti, dopo esser partito da Milano occupata dai tedeschi, in seguito all'arrivo in questura d'un rapporto che lo segnalava come favoreggiatore d'un ebreo.


Il secondo "testamento" è autobiografico.

"..Fu in questo periodo che avv___enne la campagna d'Abissinia. Tornai in patria per arruolarmi volontario.: v.: XX° battaglione eritreo, Milano, Panorama, 1936; "..rifiutai di rinnovare la tessera del partito fascista e pensai di mettermi in disparte, scrivendo novelle e romanzi. Era il '37."; "..Un giorno Piero Parini mi mandò a chiamare e m'offrì di mandarmi in Estonia quale direttore dell'istituto di cultura di Tallin e lettore di letteratura italiana all'università di Dorpat. Lo fece, debbo riconoscerlo, per il mio bene. Restando in Italia, potevo andar incontro a qualche guaio."; "..Al rientro in patria, un anno dopo, il direttore del Corriere della Sera m'offrì d'andare al suo giornale. Me l'offrì di sua iniziativa e contro la volontà del superiore ministero. Di ciò gli serbo tuttora gratitudine. Fu convenuto che non mi sarei occupato di politica, ma solo di corrispondenze di viaggio e di letteratura..

Ricominciai a viaggiare, e il primo servizio lo feci in Albania. Si preparava l'annessione, e bisognava persuadere gl'italiani che l'Albania era un grande paese. Io andai sulla montagna e raccontai i fatti personali d'un pastore poeta..

L'Albania la chiamavano 'il Granducato di Toscana', allusione agl'investimenti di capitale che v'avevano fatto Ciano, Benini e altri della cabala livornese..Un giorno Ciano venne a visitarlo. E andò a Devoli a vedere i petroli. Le pompe aspiravano il petrolio succhiandolo da barili nascosti precedentemente sotto terra. Ciano si congratulò. il più bello era ch'era stato informato del trucco. Ma lo trovò divertente.":

v.: Albania, una e mille, Torino, Paravia, 1939; "..Era molto difficile lavorare. Da Roma arrivavano ordini di suonare la grancassa per la Germania..Più tardi potei andare al fronte e assistere alle trattative radiofoniche per la resa di Varsavia. Anche questo articolo fu deplorato perché terminava col grido: 'Viva la Polonia": v.: La lezione polacca, Milano, Mondadori, 1942; "..La guerra di Grecia fu, come tutti sanno, un seguito di legnate. Mussolini si vendicò impedendo ai giornalisti di raccontarle. Poi, scontento dei suoi generali, venne lui personalmente a dirigere le operazioni..

il Duce fece l'offensiva, ma invece di farla contro i greci la fece contro una montagna e la montagna non si mosse. Prima la bombardò un'ora e mezzo sparando lui stesso la prima salva così come alle inaugurazioni della casa del fascio murava lui stesso la prima pietra. Poi mandò avanti la divisione Bari, che si trovò in tal modo presa fra il Duce e i carabinieri alle spalle e i greci e la montagna di fronte. Avanzare non si poteva, retrocedere nemmeno. Morirono quasi tutti, fermi, allo scoperto, accucciati sotto la mitraglia ellenica, guardando indietro verso il rifugio di Mussolini come a domandargli perché."; "..Non sono antitedesco, e la prova è che ho sposato una tedesca [l'austriaca, sposata in prime nozze il 25 novembre 1942, Margarethe Calins de Tarsienne, ndc.]; "; "..Quando, dopo tre mesi e mezzo, ci portarono, me e mia moglie, a S.Vittore a Milano, trovai molti altri morituri. Una strana febbre m'aveva preso: quella di sapere perché tutti questi morituri dovevano morire.".