Cesare Pavese, LAVORARE STANCA

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Cesare Pavese, LAVORARE STANCA, @ Firenze, Edizioni di Solaria, 1936, Appendice di C.P.: “Il mestiere di poeta” (1934) e “A proposito di certe poesie non scritte” (1940), pp.121-138, Note al testo, pp.139-144,Note alle singole poesie, pp.145-163, Torino, Einaudi, 1968, pp.1-169.

POESIE DEL DISAMORE, Note al testo, pp.87-101, Torino, Einaudi, 1968, pp.1-106

 


E ho scritto delle poesie. Per fortuna che quelle fino a un

anno fa, quando le leggo, mi tirano i nervi. Le altre dopo,

peut! Passano ancora per l'incancrimento del vizio, ma so,

da fonte sicura, che nel '30 saranno stupide anche loro. E

così quelle di un'altr'anno. E così quelle dell'anno dopo. E

così fino alla morte. Amen.

[Lettere I°, da Bibiana a Tullio Pinelli, Alpignano, 5-9-'29]


Sento da te, da tuo suocero, e da mia sorella, che sono

arrivate le cartoline prenotazione di “Lavorare”. Ma

non sono ancora convinto che il libro esca. Quando un

uomo scrive le più belle poesie del secolo, il calvario ha

da essere più lungo.

[Lettere I°, da Brancaleone a Mario Sturani, Torino, 15-12-'35]


Tu sei proprio uno di quei mortali per cui è fatto

“Lavorare stanca”. Compralo, leggilo e vi imparerai

i vari modi - tutti onesti, bada bene – di darsi bel tempo

e fregare il capoufficio. Ma vedi che stupido. Dimenticavo

che sei tu il capoufficio.

[Lettere I°, da Brancaleone al cognato Luigi Sini, Torino, 5-1-'36]


Caro Apollonio, ti ringrazio della radiotrasmissione su

“Lavorare stanca” ma io valgo infinitamente di più di

quanto risulta dal tuo discorso. Il mio libro non è solo

un documento apprezzabile, ma grande poesia. Tanto

per la verità.

[Lettere II°, da Roma a Umbro Apollonio, Trieste,17-11-'45]


“..Quando al realismo di Pavese si voglia attribuire una determinazione stilistica, già le poesie di Lavorare stanca debbono offrirci qualche elemento utile: primo fra tutti, l'amore che egli sembra aver innato per certo modo avventuroso e popolaresco, col conseguente proposito di raggiungere un impasto stilistico nuovo, adeguato alle necessità del suo ambiente pittoresco e colorito..

L'altro elemento tipico che Pavese porta con sé dalla sua giovinezza, è il gusto e il bisogno d'attribuirsi un'esperienza ariosa e ricca, piena d'avventure e di simboli, di farsi protagonista d'una vicenda modernamente picaresca, accarezzata con amore nella fantasia.

Perciò in Lavorare stanca affiorano ad ogni istante l'affettazione d'un piglio spavaldo e sbarazzino, e il compiaciuto turgore d'un proprio estroso romanticismo: affiora ad ogni istante il vagheggiamento d'una vita vagabonda e oziosa che è poi la vita degli uomini dal sangue caldo, dal largo riso, dai singhiozzi che squassano il petto, dalla carne accesa..

Questo Piemonte leggendario e avventuroso è un paese non estraneo alla fantasia di Pavese, vivido e mosso, con i suoi uomini rudi e gonfi di passione, dai sensi accesi e dal cervello affinato nelle fatiche e negli ozi; con le sue osterie e i suoi biliardi, e le donne bionde molli e gaie, facili e schive per civetteria. Pavese ha con questo 'paese' una sua consuetudine intima che da un lato gli consente di sentirne e rappresentarne il paesaggio a pennellate estrose e morbide, e dall'altro gli fa ricercare i suoi personaggi primitivi con una foga coraggiosa e potente.”: Mario Alicata, “Oggi” del 10 luglio 1941, Nota editoriale alla lettera da Torino di Pavese ad Alicata a Roma del luglio 1941, Lettere I°, p.399 e sg.


“..Mi ero altresì creato un verso. Il che, giuro, non ho fatto apposta..

Mi scopersi un giorno a mugolare certa tiritera di parole (che fu poi un distico de I mari del Sud )secondo una cadenza enfatica che fin da bambino, nelle mie letture di romanzi, usavo segnare, rimormorando le frasi che più m'ossessionavano..

Dire, ora, il bene che penso d'una simile versificazione è superfluo. Basti che essa accontentava anche materialmente il mio bisogno, tutto istintivo, di righe lunghe, poiché sentivo d'aver molto da dire e di non dovermi fermare a una ragione musicale nei miei versi, ma soddisfarne altresì una logica. E c'ero riuscito e insomma, o bene o male, in essi narravo.”: Appendice I, p.128 e sg.


Oltre alle note: “I mari del Sud” e “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, la meno nota: “Semplicità” (Brancaleone, ottobre 1935):

L'uomo solo - che è stato in prigione - ritorna in prigione

ogni volta che morde in un pezzo di pane.

In prigione sognava le lepri che fuggono

sul terriccio invernale. Nella nebbia d'inverno

l'uomo vive tra muri di strade, bevendo

acqua fredda e mordendo in un pezzo di pane.


Uno crede che dopo rinasca la vita,

che il respiro si calmi, che ritorni l'inverno

con l'odore del vino nella calda osteria,

e il buon fuoco, la stalla e le cene. Uno crede,

fin che è dentro uno crede. Si esce fuori una sera,

e le lepri le han prese e le mangiano al caldo

gli altri, allegri. Bisogna guardarli dai vetri.


L'uomo solo osa entrare per bere un bicchiere

quando proprio si gela, e contempla il suo vino:

il colore fumoso, il sapore pesante.

Morde il pezzo di pane, che sapeva di lepre

in prigione, ma adesso non sa più di pane

né di nulla. E anche il vino non sa che di nebbia.


L'uomo solo ripensa a quei campi, contento

di saperli già arati. Nella sala deserta

sottovoce si prova a cantare. Rivede

lungo l'argine il ciuffo di rovi spogliati

che in agosto fu verde. Dà un fischio alla cagna.

E compare la lepre e non hanno più freddo.