Carlo Linati, DUE

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Carlo Linati, DUE - romanzo, @ 1928, Milano, dall’Oglio editore, 1942 - XX, pp.1-267

 


L’amore dello scrittore Gilberto Vallarsa per Patrizia Andreani, giovane vedova dello scultore viennese Rudi Bamberg, “adorabile nemica”.


Ci appoggiammo al muretto e guardammo giù..Cara e bella

natura lombarda! Ma nelle nostre anime quanto buio ancora!


“..Il Tabarin davanti alla cui porta l’autista s’era fermato non era particolarmente il peggiore della città..

In quel momento, nel ring, una ventina di coppie ballavano..Appoggiato alla sbarra Gilberto guardava, guardava quel palco monotono e multicolore che gli pareva l’immagine stessa di quello ch’egli aveva nell’anima. Sfacelo, decadenza, pensieri penetrati di disperazione, senso d’orgie consumate, annientamento! Vi trovò argomento a nuove stizze, a nuovi scoramenti. Ripensò a Patrizia. Dov’era? Il sangue gli avvampò..

D’un tratto mentre girava per la sala lo sguardo sfaccendato aveva scoperto, là seduta in un angolo del divano, una figura di ragazza assai graziosa..

In quel momento la sala s’oscurò di colpo e le coppie si ritirarono dal recinto. Di lì a poco, in mezzo allo spiazzo vuoto, una danzatrice apparve, nitida nel disco di luce proiettato da un riflettore. Era la fanciulla di dianzi..Tutta la parte superiore del busto emergeva nuda e bianca dal corsetto come un fior di carne d’affascinante freschezza e la testa eretta serbava pur nelle più accese vicende della danza la semplicità bambina, l’incanto rossettiano [che si riferisce all’opera del poeta italiano emigrato in Inghilterra Gabriele Rossetti (1783-1854), ndc.] che Gilberto aveva tanto ammirato in quella limpida figura del Nord..

Riaprì gi occhi e si trovò seduto accanto un giovane che lo fissava e gli sorrideva.

- Oh Naborre! fece ravvisando in lui un giovane professore, psicanalista, ch’egli aveva conosciuto qualche mese prima, in un salotto borghese. I due si salutarono cordialmente..

Conoscendo il vezzo dell’amico, Gilberto fece portare dal cameriere un altro bicchiere e versò anche per lui. Poi gli domandò dei suoi lavori.

- Sto esaminando alla luce di Freud tutta la letteratura italiana, esclamò Naborre dopo aver trangugiato di colpo il vino e essersi forbito le labbra col dorso della mano.

- Moderna?

- Moderna ed antica.

- Quale impresa!

- Eroica, nevvero? Ma non m’impaura, Vallorsa. Sappiate che c’è tutto da rifare nella critica italiana. Occorre buttar giù queste vecchie baracche piene di crepe e di muffa. Riedificare, ripiantare!

- Eh, un bel lavoro, assentì Gilberto.

Mezzo lusingato, l’altro aveva preso vento.

- E bisognerà ricercare in tutte le opere dei nostri scrittori, scienziati, dei nostri statisti dal dugento ad oggi, quella che sia la loro vera e occulta e profonda personalità, la loro umanità irriducibile. Ricercare le più remote fibre del loro pensiero, snidarle, metterle in luce.

Naborre si versò un altro bicchiere, lo rimirò controluce, poi disse:

- Mon or potable, e lo trangugiò. La nostra vita, caro Vallorsa, è tutta apparenza, maschera, menzogna. La verità sta lì sotto, e faceva segno sotto al tavolino, rannicchiata come una serpe nelle tane dell’Incosciente. Sicut anguis in erbis. L’Incosciente: ecco la chiave di volta della nuova filosofia, la nuova forza del futuro umano.

- Insomma, voi volete far il processo alle intenzioni eh, Naborre?

- Eh, eh.

- Ma allora, esclamò Vallorsa, questa è la fine della società. Ma pensate un po’, Naborre, se avvenisse che un giorno o l’altro fosse lecito ad ogni individuo di frugare a suo beneplacito nel sacco delle intenzioni altrui, di stargli a braccheggiare in ogni frase che dice, in ogni gesto che fa, in ogni lapsus che gli casca dalle labbra i suoi complessi morali e psichici, ma il mondo si tramuterebbe in un circo di cannibali.

- Si tramuterebbe? Ma lo è già. Il giudice istruttore che altro è per il criminale se non il suo cannibale? e la moglie pel marito? e il padre pel figliolo? e il professore per lo scolaro? Eh eh. Ma cosa credete che veramente interessi all’uomo nel proprio simile se non le sue intenzioni? Ed eccoci a questo primo nobilissimo tentativo di spogliar il mondo di tutto il ciarpame delle sue ingannevoli apparenze e di penetrare nella verità intima delle cose, degli esseri..

Passeggiarono ancora. Il ballo stava per cessare. E adesso, come in un parossismo finale, il Jazz lanciava per la sala le sue ultime e più violente esplosioni..”.